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 2017  maggio 11 Giovedì calendario

L’annuncio di Calenda: l’Italia dirà addio al carbone. Centrali chiuse entro il 2030

L’Italia si prepara a dire addio al carbone: da qui a 10 anni, o al massimo entro il 2030, le centrali attive su tutto il territorio nazionale potrebbero chiudere i battenti a favore di impianti più puliti e a maggiore efficienza. È la prima novità emersa dall’intervento sulla Strategia energetica nazionale del ministro dello Sviluppo economico, Carlo Calenda alla Camera, nelle commissioni Attività produttive e Ambiente. L’altra, a breve termine, è la possibilità di una revisione del meccanismo delle detrazioni fiscali, «perché – ha spiegato il ministro – ci sembra in questo momento poco finalizzato all’efficienza energetica». Le ipotesi? Introduzione del Fondo di garanzia per l’eco-prestito sul modello tedesco e regime obbligatorio di risparmio anche in capo ai venditori di energia, oltre che ai produttori come avviene oggi.
Quanto all’addio al carbone, l’obiettivo, secondo Calenda, è possibile e raggiungibile e per questo potrà essere inserito nella Strategia energetica nazionale che sta prendendo forma. Il passaggio avrà, però, un costo finanziario inevitabile di almeno 3 miliardi. L’abbandono anticipato dal carbone rispetto allo scenario «inerziale», cioè di progressiva uscita naturale dal mercato delle centrali diffuse su tutto il perimetro nazionale «credo sia una decisione verso cui dobbiamo andare, ma avendo ben presente i costi». Vanno cioè considerate le spese necessarie per approvvigionare con un elettrodotto e con il potenziamento delle infrastrutture esistenti, e quelle per creare capacità generativa alternativa da nuove centrali. Senza contare anche i cosiddetti stranded cost, da corrispondere ai proprietari delle centrali nel caso di uscita al 2025 e con impianti ancora non ammortizzati. «Più anticipi il phase out, più devi pagare», ha puntualizzato Calenda. Da non sottovalutare, inoltre, anche il tema delle procedure autorizzative delle nuove infrastrutture o dei nuovi impianti, su cui – soprattutto dopo la vicenda del gasdotto Tap in Salento – «bisognerà lavorare».