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 2017  maggio 11 Giovedì calendario

I lepenisti cambiano: da populisti a nazionalisti e conservatori

Le parole sprezzanti con cui abbiamo definito negli scorsi anni i partiti e i movimenti anti-sistema sono ormai improprie e datate. Possiamo ancora definire «populista» il leader di una forza politica che conquista il 33,9% degli elettori nelle elezioni presidenziali del suo Paese? Potevamo farlo, probabilmente, quando il Fronte Nazionale minacciava provvedimenti (come l’uscita dalla eurozona), che avrebbero avuto conseguenze imprevedibili per la economia nazionale e la intera Unione Europea. Ma è più difficile parlare di populismo nel momento in cui Marine Le Pen scivola sull’euro, avanza sulla moneta unica proposte generiche e preferisce concentrare i suoi attacchi sulla globalizzazione. La discussione sulla moneta unica, nell’area politica definita populista, ricorda ciò sta accadendo al muro fra Stati Uniti e Messico dopo la elezione di Donald Trump alla Casa Bianca. Terminata la fase apocalittica, in cui il muro sembrava indispensabile alla sicurezza di una nazione minacciata da orde straniere, siamo passati a una fase in cui sarà, molto più modestamente, il completamento delle barriere che lo stesso Barack Obama aveva contribuito a edificare negli anni precedenti.
Il Fronte Nazionale non ha ancora completamente cambiato pelle. Nel corso della campagna elettorale Marine Le Pen ha esitato ad abbandonare la linea del passato e ha spesso ceduto alla tentazione di corteggiare il vecchio elettorato di suo padre. Ma i segni della evoluzione mi sono sembrati visibili. Se continuerà su questa strada e vorrà conquistare qualche decina di seggi nelle elezioni parlamentari di giugno, il Fronte Nazionale diventerà probabilmente un partito nazionalista e conservatore, non troppo diverso dalle destre di altre democrazie occidentali. Dopo Brexit e la nuova presidenza americana esistono modelli a cui gli amici europei di Marine Le Pen, dalla Olanda alla Germania passando per l’Italia, potranno fare riferimento. Ascolteremo slogan patriottici non troppo diversi da quelli di Donald Trump in America e Theresa May in Gran Bretagna. Assisteremo a qualche esibizione muscolare nello stile di Viktor Orbán in Ungheria e di Jaroslaw Kaczynski in Polonia. Ma avremo di fronte a noi partiti che saranno costretti a giocare politicamente con le nostre carte e che useranno argomenti a cui sarà più facile contrapporre i nostri programmi e le nostre tesi. Naturalmente ciascuno di questi partiti farà le proposte economiche che riterrà più convenienti per il proprio Paese. Ma un po’ di dialettica economica potrebbe giovare a tutti e, in particolare, alla Commissione di Bruxelles.