Libero, 11 maggio 2017
Gli alpini sono amati perché immortali
È probabile che Iroso non morirà mai più, visto che il medico è d’accordo, ha detto che sta bene e può andare a Treviso: accudito e sorvegliato, solo da guardare, ma sarà lì, insieme con gli altri 500mila alpini, fra militari, reduci, pensionati, associazioni e famiglie, che sfileranno nella città veneta da domani a domenica, per i tre giorni della 90esima Adunata. Iroso è l’ultimo mulo degli alpini, ha 38 anni di calendario, che corrispondono a 120 umani, ma è un alpino in tutto, tranne per il fatto che non sa che sapore ha il vino. Senza denti e quasi cieco, ma in piedi. Ecco come sono fatti questi qua, gli alpini, perfino quando sono animali che dovrebbero durare un quarto degli uomini. Perfino i muli sembrano sapere che cosa è un simbolo. Quindi sarà bene non provare tenerezza quando i soldati e i reduci sfileranno o quando li incontrerete, perché anche se la penna non si usa più né per scrivere né per fare il solletico, sulle teste di questi militari sono delle bandiere e delle torri, più di ogni altra arma, più delle piume dei bersaglieri, che perfetti e coraggiosi corrono sempre, più delle fiamme dei carabinieri, che perfetti e affidabili, sono così rigidi: insomma, non perché le altre armi siano meno belle e gloriose, ma perché caso vuole che i pochi simboli che tengono ancora insieme quel che resta dell’identità del nostro popolo li hanno tutti loro, gli alpini: la montagna e le sue sfide, la capacità di resistere come le loro rocce attraverso tutte le guerre e le disgrazie del nostro Paese. Oggi sono il vero coltellino svizzero dell’esercito, capaci di rischieramenti rapidi e di intervento immediato in ogni circostanza: le due brigate, la Taurinense e la Julia, suddivise in otto reggimenti, sono state impiegate in Iraq e Afghanistan, dove hanno lasciato cinque caduti, mentre negli anni Novanta sono state impiegate in Bosnia e in Kosovo; così come sono intervenuti in tutte la calamità, alluvioni o terremoti, che hanno colpito l’Italia. A Treviso non si presenteranno a mani vuote, la tradizione vuole che lascino i posti dove si riuniscono migliori di come li hanno trovati. Per loro è come un’olimpiade. Così, nei giorni scorsi, hanno realizzato interventi in 23 scuole della città, hanno contribuito a sistemare 22 fontane e hanno partecipato a tutti i lavori di preparazione insieme con la Protezione Civile. Non giudicate gli alpini, quindi, dalla loro convivialità, è un corpo dalla personalità complessa. E permaloso: meno di un anno fa si rivoltarono contro un gioco per la Playstation 4, “Battlefield 1”, che ricostruisce i teatri della Grande Guerra. Ecco, i signori americani della Electronic Arts non avrebbero dovuto sottovalutare che cosa significa il Monte Grappa per gli alpini, una battaglia che fece 23mila morti: una settimana di polemiche e rimostranze. Per gli alpini i valori non sbiadiscono col tempo, è per questo che sono fra gli ultimi custodi della nostra identità, sono come una canzone folk: non è mai stata nuova e non invecchia mai. Sarà anche retorica, ma se ne accorse anche Rudyard Kipling, quando, nel maggio 1917, raggiunse l’Italia per una serie di articoli sulla guerra fra le montagne. Ne scrisse prima due, per il Daily Telegraph e per il New York Tribune, e ne riunirà poi altri nel libro “The war in the mountains – Impressions from the italian front”. Ecco che cosa vide: «Sono uomini abituati a portare carichi su sentieri non più larghi di cinquanta o sessanta centimetri; girano intorno a precipizi di mille piedi di profondità. Il loro linguaggio è il gergo delle montagne, con una parola adatta per ogni aspetto e capriccio della neve, del ghiaccio, della roccia… I chiodi ritorti delle loro scarpe paiono zanne di lupo e sono altrettanto aguzzi; gli occhi, acutissimi, somigliano a quelli dei nostri aviatori». Kipling era già una istituzione, premio Nobel da dieci anni, ma vedere i ragazzi con la penna lo fece sobbalzare ancora.