Il Messaggero, 11 maggio 2017
Mr. Hemingway, italiano d’adozione
Ernest Hemingway raccontò ad un amico che dopo essere stato al fronte sul Piave, aveva passato un’intera settimana a letto con una bellissima siciliana, a Taormina. La proprietaria della pensione gli aveva nascosto i vestiti e se l’era tenuto stretto fra le lenzuola. Per quanto ne sappiamo Hemingway non visse mai quella avventura ma ne fece un racconto, The Mercenaries, scrivendolo alle falde dell’Etna, ospite del Duca di Bronte, fra buganvillee e aranceti, «il fuoco del vulcano e il sole della Sicilia» e come protagonista scelse una donna «con occhi neri come calamai». Non sapremo mai tutta la verità ma se devi dire una menzogna, fa che sia grossa.
Il legame di Ernest Hemingway con l’Italia è forte e corre, perennemente in bilico, fra il canto della bellezza e il rimorso, fra verità e finzione. Un rapporto ricostruito con cura nel libro Hemingway e l’Italia (pubblicato da Donzelli) scritto dal reporter Richard Owen, corrispondente per quindici anni per il Times dall’Italia. In queste pagine per la prima volta ripercorriamo tutto l’itinerario italiano di Hemingway da Cortina a Rapallo, da Venezia a Capri a partire dallo sbarco a soli diciotto anni come volontario della Croce Rossa sul fronte del Piave durante la prima guerra mondiale, sino alla sua ultima presunta e misteriosa puntata veneziana, un anno prima del suicidio. Ma prima di quel fatale colpo di fucile il 2 luglio del ’61, ci fu una vita alla ricerca del successo con determinazione.
Premio Nobel nel ’54, associamo Hem alla Florida, alla dissoluta Parigi degli anni venti, al buen retiro cubano e ai safari africani ma fu la sua esperienza al fronte a ispirargli Addio alle armi e qui conobbe due dei suoi amori che lo avrebbero maggiormente tormentato: l’infermiera Agnes von Kurowsky (sarà Catherine Barkley in Addio alle armi) e trent’anni dopo, Adriana Ivancich. Era nato il 21 luglio del 1889 in un sobborgo di Chicago Oak Park si lanciò nella scrittura quand’era giovanissimo e visse a Parigi, ma considerava Venezia e il Veneto la sua seconda casa.
LA BOTTIGLIA
La sua passione per la bottiglia è nota (provate a tenere il conto dei cocktail consumati fra le pagine di Di là dal fiume e fra gli alberi), era un habitué dell’Harry’s Bar e al Gritti Palace «aveva adottato una cura ideale a base di scampi e Valpolicella per guarire dalle ferite riportate durante un safari in Africa». Ma in Di là dal fiume e fra gli alberi descrive Torcello e Murano visti dalla laguna e il modo in cui racconta l’atmosfera lagunare trasmette un amore sincero per quei luoghi. L’Italia fu per Hemingway il ricordo di quel tempo in cui era stato giovane, bello e di talento, con la vita che gli si spalancava davanti e un torace fiero e guizzante di muscoli da esibire.
In Italia Hemingway conobbe le pene sentimentali e sfiorò la morte sul Piave ferito ad entrambe le gambe dalle schegge di un mortaio che gli esplose accanto la notte dell’8 luglio 1918 – e ogni volta che gli fu possibile vi fece ritorno, inseguendo disperatamente il tempo che continuava a sfuggirgli fra le mani. La leggenda lo rincorreva ma non mancarono certo i rimpianti, su tutti forse il rifiuto ostinato di Agnes e una vita tranquilla che forse gli sarebbe andata stretta. Chissà. Anthony Burgess lo descrisse come «la fusione dell’artista sensibile e originale con l’uomo d’azione dalla muscolatura atletica, rendendolo uno dei grandi miti internazionali del ventesimo secolo» ma Owen fa un passo in più, regalandoci finalmente un suo ritratto profondo, incoronando il legame con la nostra penisola. Forse aveva davvero ragione Fernanda Pivano (Owen racconta il loro primo incontro), l’immagine machista era un velo distorto che gli fece anche comodo, certo. Ma dietro l’apparenza spavalda c’era un uomo fragile, dal sorriso timido e disarmante, un grande scrittore innamorato dell’Italia che ogni tanto amava confondere la vita reale con ciò che scriveva.