la Repubblica, 10 maggio 2017
Poveri, belli e neorealisti il come eravamo degli anni ’50
C’è una “via Paul Strand, fotografo americano” a Luzzara. È un vicolo, di fianco al vecchio cinema teatro dove poco più di sessant’anni fa tutto il paese, dal sindaco al farmacista al casaro al contadino, si riunì per vedersi trasformato in una metafora. In un paese in bianco e nero. Ai cui cantori, Strand e Cesare Zavattini, da domani il festival Fotografia Europea di Reggio Emilia dedica una mostra. Zavattini a Luzzara c’era nato, e l’aveva nel cuore, però non gli venne in mente subito, quando nel 1949 conobbe Strand a un convegno sul cinema e quell’americano, artista e di sinistra come lui, ma un po’ più austero e riservato, gli chiese un consiglio: c’è un paese in Italia che io possa far diventare Un Paese? Il principe del neorealismo italiano covava già una sua idea quasi identica: una collana di libri a due mani e due occhi, uno scrittore più un fotografo, o un regista, che raccontassero un luogo con due diversi linguaggi. Gli propose molti “set”, da Bergamo a Fondi a Gorino a Gaeta, Strand li trovò troppo moderni, o troppo miseri. Era un utopista. Appena fuggito dagli Usa causa disgusto per il maccartismo, aveva un’idea eroica e un po’ senza tempo della classe lavoratrice.
Alla fine, ultima risorsa, “Za” lo portò a casa sua, in quel borgo di poche migliaia di anime a ridosso del Po, nella bassa di Reggio Emilia, dove lui stesso ormai tornava di rado. Strand trovò Luzzara «piatta come un pancake» ma piena di «gente meravigliosa», proletari che avevano l’aspetto che per un americano devono avere i proletari italiani: scalzi, biciclette, fazzoletti al collo e cappelli di paglia. E cominciò a girare il suo “film di carta”. Solo l’intercessione di Valentino Lusetti, che era stato prigioniero di guerra in Nevada, garantì i luzzaresi che quell’americano che si atteggiava a comunista ma si guardava in giro «come un agente del fisco» non era una spia. Erano anni così.
Un Paese uscì in mille copie, da Einaudi, nel 1955, con l’epico ritratto della famiglia Lusetti in copertina e un testo amorevole e divagante di Zavattini. Fu un mezzo fallimento editoriale, e la collana non continuò. A Luzzara non tutti poterono comprarsi il libro, prezzo tremila lire, quanto una bicicletta. Si lagnò Valentino: «È un buon libro per la propaganda comunista, ma costa troppo».
In paese, a ricordare quei giorni è rimasta Angela, che nel libro è una bambina: per anni ha raccontato a tutti, con pazienza, che quel cappello di paglia e quel fazzolettone che porta in realtà erano dello zio, che lei, a nove anni, mai fotografata prima, voleva farsi vedere con l’abitino della domenica, ma l’americano pretese che si vestisse da contadinella e non sorridesse. Neorealismo augmented.
Da allora, c’è una Luzzara virtuale nell’immaginario mondiale. Una Betlemme dei fotografi, come erano state magicamente trascese Scanno sotto la bacchetta di Henri Cartier-Bresson, o Deleitosa, lo Spanish Village di W. Eugene Smith. Fu rifotografata a ondate successive, la prima volta vent’anni dopo da Gianni Berengo Gardin, poi da decine di altri, Luigi Ghirri, Stephen Shore, Olivo Barbieri: una fotogenealogia che troverete in mostra.
Chi va a Luzzara può ancora fare il pieno di emozioni imbattendosi, come un pellegrino nei Luoghi Santi, negli scorci fotografati da Strand. Ma quella Luzzara non è mai esistita davvero: Strand ne fece un paese arcaico, ma al cinema proiettavano Via col vento e presto sarebbe arrivata la Fiat Seicento. Era il desiderio di un paese povero ma bello, pulito e nobile, e lo è ancora.