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 2017  maggio 10 Mercoledì calendario

Sfida Macron conciliare gli opposti in economia

In poche ore già due rilevanti conseguenze della grande vittoria di Macron. Manuel Valls, il giovane ex primo ministro socialista, annuncia di unirsi a Macron «perché i vecchi partiti sono morti». E bisognerà vedere se e quanti parlamentari, sindaci e amministratori socialisti riformisti lo seguiranno. A destra, invece, la crisi del Front National esplode come una bomba inaspettata in faccia a Marine Le Pen, con l’addio alla politica annunciato dalla giovane e promettente nipote Marion Maréchal-Le Pen. Motivi personali e di famiglia, dice, ma è arcinoto che non ha mai condiviso fino in fondo il taglio netto col passato di Jean-Marie Le Pen, che già ieri aveva tuonato contro il cambio di nome annunciato da Marine dicendo «decide il congresso, non certo Florian Philippot», l’ispiratore numero uno in questi anni della leader del FN e della rottura totale con il troppo ingombrante padre. Mentre i socialisti accusano il colpo dell’uscita di Valls e i gaullisti si preparano alle legislative sulla base del programma di Fillon, il vero punto interrogativo riguarda le scelte che deve compiere ora Macron. A cominciare dal primo ministro, che dovrà indicare senza aspettare il voto delle legislative a giugno, ma subito dopo il passaggio formale delle consegne da parte di Hollande, tra qualche giorno. Inutile al momento inseguire le decine di nomi che si affacciano sulla stampa d’Oltralpe. Il segreto è ben custodito. Ben a ragione. Perché l’identità e il profilo della o del prescelto saranno decisivi per dare l’indicazione all’elettorato di quale strategia intenda perseguire Macron. Per tentare di ottenere un numero di eletti di En Marche possibilmente come primo partito, o per formare un governo di convergenza in grado davvero di attuare il programma che a Macron è valso la vittoria. 
È un’operazione senza eguali nella Quinta repubblica. Ora sappiamo che per l’Eliseo si è pronunciato a stragrande maggioranza un elettorato capace di apprezzare un progetto composito e trasversale, un po’ liberale e un po’ sociale. Altra cosa è capire che tipo di eventuale governo di coalizione inevitabilmente fatto insieme ad almeno uno dei due vecchi partiti possa condividere un programma del genere. La storia respinge ogni paragone improprio. Ma la Francia e il suo elettorato si trovano un po’ nelle condizioni dell’Italia tra il 1946 e il 1948, quando i vecchi partiti del fronte antifascista non furono in grado di capire che si stava formando nel Paese una vasta aggregazione di massa senza precedenti, su un programma trasversale e a identità multiclassista, capace di dare alla politica italiana un indirizzo completamente diverso da come se lo immaginavano le forze che erano state maggioritarie nell’antifascismo e nella liberazione.
Gli attuali sondaggi proiettati sui 577 seggi in palio, con l’uninominale a doppio turno e soglia del 12,5%, stimano come possibile che a En Marche possa riuscire addirittura l’elezione fino a 240 seggi, dei 289 che servono per la maggioranza. Per questo, prima di scegliere il premier, Macron si riserva di avere il quadro completo di tutti i candidati in ogni collegio di tutte le forze politiche. Per stimare quei collegi in cui En Marche non apparisse come vittoriosa e rispetto a chi desistere al secondo turno, o a chi chiedere la desistenza. Sarà questo complesso calcolo, non privo di un’elevata alea, a far concludere a Macron se la personalità del primo ministro da designare debba più parlare ai gaullisti, o apparire più di centrosinistra.