Il Sole 24 Ore, 10 maggio 2017
Budget da 13 milioni, pubblico internazionale
Per quanto sia difficile quantificare il «ritorno» di una manifestazione complessa e delicata come la Biennale – con tutte le sue diramazioni – è quando scatta l’appuntamento delle arti visive (più del cinema e dell’architettura), che Venezia si ritrova esattamente al centro del sistema dell’arte internazionale. Nelle ultime edizioni, infatti, al di là del numero dei visitatori, conta la percezione e la riaffermazione di un appuntamento imprescindibile per chi si occupa di arte. Espositori, artisti, galleristi, critici, collezionisti. Nessuno può mancare: e non è un caso che un genio scaltro come Damien Hirst abbia scelto proprio in concomitanza dell’attesa Biennale n. 57 di riapparire sulla scena mondiale con quell’enigmatico e indubbiamente postmoderno capolavoro che è il suo «naufragio» nelle sedi espositive del magnate francese François Pinault.
I visitatori dei padiglioni, ai Giardini e all’Arsenale, teatro più unico che raro della mostra, nelle ultime edizioni hanno costantemente superato i 400mila (sfondando il tetto delle 500mila presenze con quella, molto “politicizzata”, curata da Okwui Enzewor del 2015): una folla di ammiratori e interessati che non può non ripercuotersi sul delicato sistema della città, ma i cui benefici sono alla lunga indiscutibili.
Questione di numeri e questione di immagine: Venezia è polo d’attrazione per il mondo dell’arte, che, se si concentra nei pochi mesi della Biennale, diluisce la propria presenza in una costante alimentazione di un sistema che è business e prestigio allo stesso tempo. La Biennale Arte 2017 ha un costo di 13 milioni di euro, che viene autofinanziato per oltre il 90%; cifra considerevole che raggruppa royalties, donazioni, biglietteria.
Ma il famoso indotto, almeno nei primi giorni di vernice – il prologo della Biennale è molto lungo: 3 giorni di vernissage, aperture di palazzi storici, cocktail, cene di gala, mostre collaterali e gallerie tutte aperte a caccia dei collezionisti pronti a spendere; poi inaugurazione ufficiale e primo weekend di folla – è senz’altro notevole. Praticamente impossibile dire quanto vale questa intensa fiammata d’arte (la mostra dura fino a novembre ma è certamente nelle prime settimane che si registra il picco): un affare che però viene stimato da alcuni esperti in almeno 30 milioni di euro (cui vanno aggiunti ristoranti, alberghi e affittanze turistiche che si fregano le mani quando la Biennale accende i motori). In città si affitta di tutto, da piccoli spazi ai grandi palazzi sul Canal Grande, che, magari, restano chiusi per i successivi due anni. Prezzi che variano dai 10mila ai 50mila euro, al mese; un business che interessa anche le chiese (quelle dove si può allestire qualche mostra), che si prestano – con laute ricompense – a veicolare le esposizioni con i grandi cartelloni pubblicitari che sovrastano le facciate.
«Attorno alla Mostra principale della nostra curatrice Christine Macel –ha detto nella conferenza di presentazione il presidente della Biennale, Paolo Baratta – gli 85 padiglioni dei Paesi partecipanti, ciascuno con il suo curatore, daranno vita ancora una volta a quel pluralismo di voci che è tipico della Biennale. Molti padiglioni hanno aderito alle linee suggerite dalla nostra curatrice e accettato gli inviti a partecipare ai programmi comuni». Per un Paese che vuole una partecipazione adeguata si mettono in conto cifre che vanno dai 100 ai 500mila euro: a seconda delle opere, degli spazi, delle difficoltà di allestimento e assicurazione. Ma nessuno vuole mancare. Segno che l’investimento ripaga e che il sistema non solo regge, ma qui trova davvero uno dei suoi snodi principali.