Il Sole 24 Ore, 10 maggio 2017
Svolta in Corea del Sud: eletto il «liberal» Moon
Seul
Si insedierà già oggi a mezzogiorno, subito dopo la proclamazione dei risultati, senza alcun periodo di transizione né cerimonie: Moon Jae-in, 64 anni, è il nuovo presidente di una Corea del Sud che volta pagina. Dopo nove anni di governi conservatori, il testimone passa al leader del Partito Democratico di centrosinistra sull’onda dello scandalo di corruzione e abuso di potere che ha portato alla destituzione dell’ex presidente Park Geun-hye, finita in carcere. «È stata una vittoria del popolo: sarò il presidente di tutti e cercherò di rendervi orgogliosi», ha detto Moon nel discorso di vittoria nella piazza Gwanghwamun di Seul davanti ai sostenitori entusiasti. Ha aggiunto che farà del suo meglio per attuare il programma di riforme e costruire una nazione di «giustizia, unità e principi». A spoglio delle schede quasi completato, ha ottenuto quasi il 40% dei voti, distanziando il rivale conservatore, Hong Joon-pyo (26%), che aveva sperato nel colpo grosso lanciando un allarme sulla probabile linea morbida del favorito Moon nei confronti della Corea del Nord (al terzo posto, deluso, il centrista Ahn Cheol-soo).
Proprio sfidando la Park, Moon aveva perso di poco le precedenti elezioni del 2012: figlio di rifugiati dal Nord, ex avvocato dei diritti civili, in gioventù conobbe il carcere nella lotta contro la dittatura del padre della Park. Ed è stato capo di gabinetto nell’ultima amministrazione di centrosinistra, una decina di anni fa. Con la sua nomina il Paese esce da uno stallo durato vari mesi, coinciso con un aggravamento delle tensioni geopolitiche incentrate sulla penisola coreana. Il fattore preponderante della campagna elettorale non sono però state le minacce della Corea del Nord in reazione alle aggressive dichiarazioni di Donald Trump, ma una diffusa volontà di cambiamento dopo uno scandalo che ha messo in luce le collusioni tra politica e grandi aziende: a differenza che altrove, il popolo sudcoreano non ha mai creduto all’imminenza di una guerra distruttiva.
I media nordcoreani, alla vigilia delle elezioni, hanno stigmatizzato gli ultimi governi conservatori e già negli ultimi giorni avevano attenuato i toni minacciosi: probabilmente un segnale di preferenza per Moon, che era stato un forte sostenitore della cosiddetta “Sunshine Policy” di apertura verso Pyongyang e che in un libro ha scritto che Seul dovrebbe imparare anche a dire no agli Stati Uniti. Il che desta qualche allarme presso vari analisti, temperato da considerazioni sul sostanziale pragmatismo che accompagna l’immagine liberal di Moon.
L’affluenza alle urne si è attestata al 77,2%, la più alta da 20 anni anche se inferiore alle attese suscitate dalla larga partecipazione degli elettori nei due giorni di voto anticipato. Da segnalare una singolare forma di protesta pacifica: decine di migliaia di diciottenni hanno votato in false urne in una trentina di città, oppure online. «Non è giusto che, a differenza di quasi tutti gli altri Paesi, l’età minima per votare qui sia ancora di 19 anni», dice un diciottenne di cognome Kim davanti alla libreria Kyobo di Seul. Dato che Moon ha avuto un ampio supporto dai giovani ci sono buone chance che alle prossime elezioni anche i diciottenni potranno esprimersi.
Il nuovo presidente, comunque, dovrà vedersela con una Assemblea Nazionale in cui il suo partito conta solo per il 40%: dovrà quindi cercare consensi più ampi, con il rischio di inceppi nell’attuare le promesse elettorali elaborate e selezionate tra i circa 150mila suggerimenti pervenutigli attraverso i social media sul numero del suo smartphone (per la prima volta reso pubblico da un candidato presidenziale).