La Stampa, 10 maggio 2017
Premio Strega, quella volta che votai per Pennacchi beffando il mio editore
Mattia Feltri dice parole di verità, lo Strega è il premio degli editori che una sterminata giuria di affini e attinenti assegna al più forte e intraprendente, e dunque meritevole, tra loro. Non che sia una gran notizia, è fatto universalmente noto a tutti quanti quelli del ramo, naturalmente agli autori in primis, che vedono bene cosa fanno i loro editori quando li candidano; vedono, ascoltano, toccano e partecipano, e solo un ego prolassato sulla realtà delle cose può indurli a pensare di essere la speranza della letteratura quando lo vincono e i martiri dell’intrallazzo oscurantista quando lo perdono. Come è voce di popolo, l’ipertrofia dell’ego è un po’ il punto debole del culturame in generale, e andrà pur ricordato che persino il sommo Pasolini non si trattenne dalle miserie degli alti lai quando capì che non avrebbe potuto vincerlo.
Naturalmente gli editori non è che si picchino di portare allo Strega della spazzatura, ragion per cui il premio può essere assegnato a un gran bel libro, succede, come può succedere che un certo anno l’industria editoriale, la sua parte accreditata presso lo Strega, non produca una sola opera meritevole di considerazione. Dell’età aurea della Bellonci tutto quello che so è un episodio de «I Mostri» con la signora interpretata da Vittorio Gassman, ma della gestione Rimoaldi so che quella vecchia ossuta, competente e scapigliata è riuscita a mantenere sempre un certo qual tono di decoro e dignità, e quando il tono non si poteva tenere troppo alto scampando almeno dal peggio, il che è quasi un miracolo se consideriamo che si tratta pur sempre di un premio romano per editori milanesi. Non fosse così, senza un po’ di decoro e dignità, lo Strega non varrebbe cento copie. Mi è stato assegnato lo Strega nel 2005 per un romanzo che in tutta onestà non trovo tra le mie opere più suggestive, mi è stato dato perché il mio editore ha deciso quell’anno di farne una battaglia civile e una prova di forza contro gli strapoteri editoriali fin troppo palesi; mi è stato dato perché quella battaglia l’ha vinta, perché servono le eccezioni per confermare le regole, e forse anche perché il mio romanzo non era poi così male. Ma perché questo accadesse tutta la casa editrice, dalla Signora al portiere, si è data al martirio mentre io facevo la bella vita del finalista.
Conosco il tono delle centomila telefonate e dei mille abboccamenti, e conosco l’indecoro delle motivazioni di voto di una significativa parte dei giurati. Le ragazze dell’ufficio stampa che facevano il grosso del lavoro, la Giulia che ne era responsabile, ne sono uscite a pezzi, ferite, spossate. Sì, una grande vittoria. Dopodiché, per imperio della vecchia Rimoaldi, ho preso parte alla giuria del premio, e in capo a un paio di anni me ne sono venuto via. Non per altro, ma perché era troppo umiliante stare a sentire le umilianti centomila telefonate di chi lavorava per i miei successori; me ne sono andato dopo aver votato per «Canale Mussolini», Pennacchi, Mondadori, che a me era piaciuto molto, e averlo dovuto fare di nascosto dal mio editore che presentava un suo candidato, e naturalmente dava per scontato il mio voto.