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 2017  maggio 10 Mercoledì calendario

Lo studio sulla moda: «L’Asia e gli acquisti online frenano il lusso italiano»

Il lusso italiano tiene, ma non cresce più. Sono i primi campanelli d’allarme per i grandi della moda italiana: cambiamo i mercati di riferimento, ma anche i consumatori. I negozi fisici registrano i cali maggiori, il trend da seguire resta la multicanalità: ci si innamora di un capo online, soprattutto sui social network, e poi si va in negozio. O viceversa.
Secondo lo studio realizzato da Pambianco News su 36 aziende italiane, europee e americane quotate in Borsa, rallentano le vendite – la crescita passa dal 9,7% del 2015 al 4,4% del 2016 – e pure la redditività. «È una brutta notizia a metà. Il 2016 per le aziende italiane è un anno di consolidamento – spiega Alessio Candi, consulente di Pambianco e uno degli autori della ricerca che sarà pubblicata oggi -. Restano solide, ma non bisogna sottavalutare i segnali che si leggono nei margini di redditività».
Freno a mano per i risultati dei grandi gruppi italiani, che nel complesso registrano una crescita minima dell’1,5% a 22,1 miliardi di euro, contro un 2015 archiviato in salita dell’11,5% Il 2016 si conferma il terzo anno consecutivo in cui il peso del margine operativo lordo sul fatturato diminuisce, passando dal 19,3% del 2014 e del 19% del 2015 al 18,3%.
A pagare pegno sono Prada, che risente della brusca frenata del mercato asiatico con perdite a doppia cifra anno dopo anno, e Tod’s, che lunedì in Borsa ha perso il 10,96% e ieri quasi l’1%: i conti del primo trimestre evidenziano un calo del 4,4 per cento dei ricavi, scesi a 238 milioni. Anche se il direttore finanziario Carlo Macellari ha confermato che «le vendite retail si sono attestate a 136 milioni di euro, invariate rispetto a un anno fa e in lieve ripresa sullo scorso trimestre», gli analisti hanno rivisto le stime sul giro d’affari dell’azienda di Della Valle. A crescere di più (+18% a 1.040 miliardi di euro – è Moncler, che conferma il risultato del 2015. Al primo posto per fatturato c’è Luxottica, che ha escluso l’ipotesi di una doppia quotazione a Parigi e Milano dopo il matrimonio con la francese Essilor. Per il gruppo di Del Vecchio più 2,8 per cento nel 2016, ma era più 15,5 per cento nel 2015. Bene anche Brunello Cucinelli. «Lasciando da parte le tematiche legate alle singole aziende e la ciclicità dei prodotti, che ne influenzano le prestazioni, il tema che accomuna i marchi del lusso mondiale è il cambiamento dei consumatori – continua Candi -. Si affacciano i più giovani, la regola è il multicanale: sono sempre meno aperture “fisiche” e anzi, c’è qualche chiusura. I grandi della moda devono attrezzarsi per affrontare questo momento di profondo cambiamento». L’indagine “True-Luxury Global Consumer Insight” su più di 12mila consumatori di dieci diverse nazionalità e spesa media annuale sui 36mila euro, ha evidenziato che il 61 percento degli acquisti è influenzato dal digitale.
Crescita zero per gli Stati Uniti, con ricavi complessivi per 65,1 miliardi di euro, in aumento dello 0,4% su un 2015 archiviato in flessione dello 0,2%. Gap si conferma il gruppo statunitense con il maggiore fatturato – 14,1 miliardi di euro, in discesa dell’1,8 per cento -, mentre risale Kate Spade con un più 11,1 per cento a quota 1,2 miliardi di euro. «L’Asia non funziona più da locomotiva, mentre gli Stati Uniti sono un mercato bloccato – conclude Candi. Tra le aziende prese in considerazione dalla nostra analisi, Tiffany è la migliore: soffre di più il mercato di fascia più bassa». Tiffany & Co. chiude l’anno con la redditività più alta (21,9%), in linea con il 2015, mentre Gap, gruppo Usa con il maggior fatturato, è in calo dell’1,8 per cento.