La Stampa, 10 maggio 2017
Francia, Valls corre con Macron: «Il partito socialista è morto»
Ai politici francesi gli annunci esplosivi piace farli alla radio. Così ieri mattina l’ex primo ministro socialista Manuel Valls si è impossessato del microfono di Rtl e ha sganciato due bombe. Ha detto, primo, di volersi candidare alla legislative di giugno non nel Ps ma nella «République en Marche», come dopo la vittoria Emmanuel Macron ha ribattezzato «En Marche!», il suo partito fai-da-te. Poi, secondo, ha certificato che «il Partito socialista è morto. Non i suoi valori e la sua storia, ma ormai è dietro di noi». In effetti, il Ps non è forse morto, ma di certo non sta troppo bene, dopo il ridicolo 6,36% raccolto al primo turno delle presidenziali dal suo candidato, Benoît Hamon.
Valls ha sorvolato sulla circostanza che i suoi rapporti con Macron, quando lui era premier e l’altro ministro dell’Economia, fossero notoriamente pessimi. E anche sul «fuori onda» di un documentario su Macron trasmesso dalla tivù solo la sera prima, dove il nuovo Presidente lo definiva «un traditore» di quello vecchio, insomma di Hollande. Così, le reazioni all’autocandidatura di Valls dei Macron boys sono state contrastanti. Uno dei portavoce, Benjamin Griveaux, l’ha invitato a fare domanda su Internet «come tutti» entro giovedì, quando il partito presenterà i suoi 577 candidati scegliendoli fra 15 mila aspiranti (la selezione la sta facendo un ex ministro di Chirac, Jean-Paul Delevoye, subito soprannominato Jean Paul II). Un altro portavoce, Christoph Castaner, ha però fatto capire che si troverà un posto per Valls.
È chiaro che la vittoria di Macron sta facendo esplodere quel che resta dei partiti tradizionali. Il primo segretario del Ps, Jean-Christophe Cambadélis, ha subito risposto a Valls che se si candida con Em gli sarà «impossibile» avere ancora in tasca la tessera socialista. La realtà è che il Ps è nel suo stato abituale, il caos, e stavolta anche più del solito. Grosso modo, il partito è spaccato in tre. L’ala destra, i «macrono-compatibles», aspirano solo a passare armi e bagagli con Macron. L’ala sinistra, guidata da Hamon, spinge per un accordo con tutta la sinistra comunista e verde e anche con la «France Insoumise» (acronimo Fi, che agli italiani fa un curioso effetto), il movimento antiglobalizzazione, anticapitalista e insomma antitutto di Jean-Luc Mélenchon, che però l’alleanza con i socialisti non la vuole. In mezzo, «Camba» e gli altri cacicchi, che sperano che nel futuro parlamento Em non abbia la maggioranza e debba dunque allearsi con quel che resta del Ps. In ogni caso, in rue de Solférino un cambio di dirgenza appare inevitabile. I due quarantenni rampanti sono Matthias Fekl e Najat Vallaud-Belkacem, ministri rispettivamente degli Interni e dell’Istruzione.
Nel frattempo, si stanno sfasciando anche «Les Républicains», cioè la destra sarkozysta. L’ex ministro dell’Agricoltura di Sarkò, Bruno Le Maire, ha detto che se Macron nominerà un primo ministro «compatibile» con la destra, lui lo sosterrà. E chiaramente non è l’unico a pensarla così. François Baroin, che guiderà il partito alle legislative (nella speranza di vincerle e obbligare Macron a una «coabitazione», ovviamente con lui come premier) assicura che la fronda è «relativamente marginale». Però c’è. Due giorni fa l’elezione, e Macron ha già terremotato tutto il sistema politico francese.