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 2017  maggio 10 Mercoledì calendario

Trump silura Comey. «A capo dell’Fbi serve qualcuno che segua le regole»

WASHINGTON Licenziato, anzi cacciato via. Donald Trump «solleva dall’incarico» il direttore dell’Fbi, James Comey. La notizia con una breve nota del portavoce Sean Spicer. Brutale nella prima parte: il presidente, «seguendo le raccomandazioni del ministro della Giustizia, Jeff Sessions e del suo vice Rod Rosenstein», «ha comunicato» a Comey «che dovrà lasciare il suo posto».
Un po’ enfatico il finale: «L’Fbi è una della istituzioni più amate e più rispettate. La giornata di oggi segna un nuovo inizio per questo gioiello della corona nell’apparato investigativo. La ricerca di un nuovo direttore comincerà immediatamente. Serve qualcuno che segua le regole». Comey, 56 anni, era stato nominato il 4 settembre 2013 da Barack Obama.
Non è difficile ricostruire le motivazioni della clamorosa decisione di Trump. Bastano due dati di fatto. Il 20 marzo scorso il numero uno dell’Fbi annunciò alla Commissione Intelligence della Camera, nel corso di un’audizione pubblica, che i suoi agenti stavano indagando sui rapporti tra lo staff di Trump e quello di Vladimir Putin. Una rivelazione che fece infuriare il presidente. Ancora l’8 maggio il leader della Casa Bianca twittava: «L’indagine sui miei rapporti con la Russia è una bufala, quando finirà questa sceneggiata pagata con i soldi dei contribuenti?» Una domanda retorica, evidentemente: deve finire presto si potrebbe leggere ora sul benservito consegnato a Comey.
D’altra parte il numero uno dell’Fbi era osteggiato anche dai democratici. Il 2 maggio Hillary Clinton è tornata ad accusarlo di averle fatto perdere le elezioni. Hillary ha ricordato la lettera diffusa da Comey il 28 ottobre 2016, dieci giorni prima del voto. In quel messaggio al Congresso si annunciava la riapertura dell’inchiesta sulle mail gestite in modo inaccurato dalla candidata democratica all’epoca in cui era Segretario di Stato. Poi, il 6 novembre, 48 ore prima dell’apertura delle urne, Comey spedì un secondo documento alle Camere, sostenendo che non c’erano elementi a carico di Hillary Clinton.
Dopo la vittoria di Trump sembrava che Comey potesse restare al suo posto. Ma il dossier russo ha complicato e poi spezzato il rapporto tra la nuova amministrazione e il capo del Federal Bureau of Investigation.
La Casa Bianca, però, sta presentando la decisione del presidente come un atto necessario, a questo punto inevitabile e, soprattutto, largamente condiviso. Ieri l’ufficio di Spicer ha diffuso un altro comunicato in cui vengono riportate una serie di dichiarazioni contro Comey. In testa c’è quella di Chuck Schumer, leader della minoranza dei progressisti al Senato e di solito abbastanza maltrattato da Trump.
Ma la mossa del presidente non piacerà a tutto il partito repubblicano. Naturalmente i funzionari della Casa Bianca hanno ignorato ciò che di Comey pensa e dice John McCain, forse il senatore più rispettato di Capitol Hill: «L’integrità è una parola che non va più molto di moda a Washington. Ma questa è la qualità con cui James Comey ha servito la nostra Nazione».
Si vedrà ora come procederanno gli accertamenti sul Russiagate: le informazioni di Comey stavano alimentando il lavoro delle due Commissioni del Congresso impegnate ormai da mesi.