Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2017  maggio 09 Martedì calendario

È Pynchon l’ultimo fantasma

Chissà dove ha festeggiato il suo ottantesimo compleanno ieri Thomas Pynchon, maestro del postmoderno, ultimo vero scrittore fantasma del ventunesimo secolo. Sicuramente non lontano dalla Upper West Side di Manhattan, a pochi passi da Central Park, dove vive assieme alla moglie, l’agente letteraria Melanie Jackson, e il figlio, che di nome fa proprio Jackson Pynchon, vanta una laurea alla Columbia University, un lavoro sul set con Paul Thomas Anderson ed è – come i suoi genitori – allergico alle interviste e ai social. La famiglia potrebbe avere prenotato un tavolo da The Ribbon, un ristorante newyorchese non lontano dall’ufficio di Melanie, sulla settantaduesima strada, famoso per le ostriche e il vegetable risotto; oppure potrebbe avere optato per Pappardella, sulla vicina Columbus Avenue, dove i ravioli d’astice sono una delle specialità salienti; ma poiché nulla si sa delle preferenze alimentari del terzetto, restiamo nel campo delle congetture.
L’EREMITA
«Eremita è una parola in codice generata dai giornalisti», ha detto una volta Pynchon alla Cnn, in una rara dichiarazione. Ma di certo non dev’essere facile, al tempo di Google e del gps, restare immune non dico alle dirette Facebook, ma alla tentazione di un selfie. All’indirizzo dell’agenzia letteraria (che gestisce i diritti dei romanzi di Pynchon dal 1983), si trova un condominio dal nome programmatico, The Hermitage, vale a dire l’eremo. Proprio qui, tra la quarantaduesima e la settanduesima strada, si trova l’ufficio di Melanie. Difficile resistere alla tentazione di contattare il portiere. Ma la risposta è sempre la stessa: «La signora Jackson non riceve senza appuntamento». E il no arriva invariabilmente dopo la richiesta di un colloquio, soprattutto se ci si presenta come giornalisti. Probabilmente, è in questo stesso palazzo che vive anche il marito, uno dei pochi scrittori rappresentati dall’azienda con soli due (ovviamente anonimi) impiegati.
Le ultime foto certificate dello scrittore de L’incanto del Lotto 49 e L’arcobaleno della gravità (anche i titoli sembrano fittizi) risalgono agli anni Cinquanta. In una, si vede un marinaretto con i denti sporgenti che sorride compiaciuto davanti alla macchina fotografica. In un altro scatto indossa un doppiopetto, senza cravatta, è sempre giovanissimo e guarda l’obiettivo con un’aria minacciosa, come se pensasse: «Questa è l’ultima volta».
VOLTO RICONOSCIBILE
Più recentemente, sono apparse foto sporadiche, mai definite sicuramente autentiche. In una, sul New York Magazine, si vede di spalle; in un’altra (apparsa sul Sunday Times) ha il volto riconoscibile, mentre passeggia col figlio, all’epoca ancora un bambino: porta gli occhiali, i folti baffi ingrigiti per l’età. Sicuramente Pynchon, cui non manca il senso dell’umorismo, si diverte molto in questo gioco a nascondino con i media. Ma per i suoi familiari non dev’essere sempre stato facile. Tutti sono votati al silenzio assoluto. La sorella Judith, se raggiunta al telefono dai cronisti, tronca subito ogni comunicazione. Dispone, a dire il vero, di una pagina Facebook; ma è sempre rigorosamente vuota.
L’ultima apparizione pubblica (si fa per dire) di Pynchon è stata qualche anno fa, durante una puntata dei Simpson. Si vedeva lui con una busta di cartone calata sulla faccia, gli occhietti che facevano capolino dai buchi, intento a mostrare la sua abitazione: «La casa di Thomas Pynchon. Entrate pure!» Lo scrittore ha voluto modificare a piacere la sceneggiatura, rieditata e inviata (ovviamente via fax) alla produzione. Una battuta in cui Homer Simpson veniva definito un ciccione, è stata cassata senza complimenti. «Mi dispiace ragazzi, ma è il mio idolo e non voglio offenderlo», ha spiegato lo scrittore.
LA SOFFIATA
Ad un certo punto, dopo una soffiata di Josh Brolin, si è parlato anche di un suo cameo nel recente film tratto da Vizio di forma, diretto da Paul Thomas Anderson (guarda caso, lo stesso regista che ha lavorato con suo figlio); ma nell’inquadratura incriminata, il dottore seduto al tavolo davanti a cui passa il protagonista Joaquin Phoenix non sarebbe lui, bensì l’attore Charley Morgan.
LE LEGGENDE
La elusività del personaggio ha creato leggende a non finire. A un certo punto si era persino pensato che J.D. Salinger e Pynchon fossero la stessa persona, ma la tesi cadde definitivamente quando l’autore de Il giovane Holden fu fotografato contro la sua volontà, nel suo nascondiglio segreto in campagna.
È sicuramente lui l’ultimo fantasma. Anche di Elena Ferrante, ormai, si conosce con buona probabilità l’identità (malgrado le smentite della sua casa editrice). Harper Lee, autrice de Il buio oltre la siepe, si è sottratta per decenni al clamore dei media, riuscendoci quasi sempre, prima di morire di vecchiaia, lo scorso anno. In fondo, perché esporsi al mondo, alla fatica di un’intervista o di una presentazione letteraria? «Se vengono a porti le domande sbagliate – ha scritto lo stesso Pynhon – non devono preoccuparsi delle risposte».