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 2017  maggio 09 Martedì calendario

Ok, ora ho deciso come morirò

Una buona regola del giornalismo, quando le regole venivano insegnate e rispettate, sarebbe di non parlare mai di noi stessi. Non siamo una notizia. O non dovremmo esserlo. In questo caso, tuttavia, non saprei come fare. Mercoledì scorso ho deciso come morire. In Italia si continua a discutere se sia lecito o meno a ciascuno di noi stabilire le modalità della fine, soffrire non soffrire, prolungare la vita che diventa di giorno in giorno non vita.
Oppure no. E già prima che la legge venga approvata si concede ai medici di seguire il proprio paziente, o rifiutarsi, per rispettare la propria coscienza.

Qualunque norma verrà decisa, si può prevedere il diluvio di obiezioni, come accade per l’aborto. Ovviamente, si deve rispettare la coscienza di ognuno, ma il rispetto dovrebbe avere un prezzo: non si fa carriera se si scrive quel che si pensa sia giusto invece di rispettare la linea di questo o quel partito, e si dovrebbe rinunciare a uno stipendio fisso, se medico, non lavorando in una struttura pubblica, come un ospedale. Sono riflessioni ovvie, che da noi vengono sempre messe in discussione.
Anche in Germania l’eutanasia è un tabù difficile da sfidare, a causa dei crimini commessi durante il III Reich, quando i medici cominciarono a eliminare i malati di mente, o handicappati perché erano un peso sociale. Ma qui non si discute di suicidio, assistito o meno. Uccidere il paziente, sia pure con il suo consenso, è ben diverso da evitare cure ostinate, che prolungano la sofferenza, per un malato senza speranza.
Dal 2009 esiste in Germania il Patientenverfügung, cioè il documento in cui si precisa che cosa si desidera, e cosa si vuole evitare «nel caso che» Dove lo trovo? chiesi tempo fa alla mia Frau Doktor. Entri nel mio sito, ha risposto, se lo stampi, se lo studi, e poi torni da me.
Una decina di pagine dettagliate, con domande a cui rispondere ja o nein. Si comincia dalla prima, «questo documento è valido quando dopo una diagnosi ci si trova avviati verso la fine». Anche quando non si può prevedere la data conclusiva. Oppure, quando a causa di danni cerebrali non si è più in grado di decidere. Ad esempio, dopo un incidente in auto. Oppure in caso di Alzheimer, e così via. Il documento serve a liberare da un peso i parenti, posti innanzi alla decisione se lasciare morire il congiunto.
Anch’io non saprei che fare. Penso a un amico che dopo un ictus giace da anni in un letto mantenuto in vita a tutti i costi. È cosciente oppure no? Se è cosciente, per lui è un’insopportabile tortura. O penso al mio amico Alberto Bevilacqua, rimasto in clinica oltre un anno, sottoposto a cure ostinate. La compagna dello scrittore non aveva il diritto di intervenire, la sorella lontana, umanamente, esitava a dare l’assenso a farlo uscire e lasciarlo morire a casa sua. Conosco quella clinica, ci fu ricoverato anche mio padre, sono convinto che i medici curanti abbiano agito correttamente, seguendo la loro coscienza. Ma è questo il punto: ci si trova imprigionati in un meccanismo da cui non si può sfuggire, dottori, moglie, figli, genitori. Se è possibile, preferisco decidere da me.
Nella seconda pagina, ho detto «ja» a interventi medici che mi mantengano in vita, evitando dolori, ma sono contro cure che rinviino la fine, a costo di sofferenze non necessarie. Si entra nei dettagli sull’alimentazione artificiale, e sulla respirazione artificiale, e si autorizza all’uso di antidolorifici, anche a costo di ridurre l’aspettativa di vita. Capisco che il discorso non è allegro, ma è meglio essere precisi. Si finisce con le domande se si vuole un’assistenza religiosa o no, oppure quella di uno psicologo.
Ho consegnato il Patientenverfügung alla dottoressa. Lei l’ha controfirmato, lo ha stampigliato, e aggiunto il suo numero di telefono e indirizzo. In due minuti un’infermiera l’ha copiato e registrato sul computer dello studio, e mi ha riconsegnato l’originale. Tutto risolto, civilmente, freddamente, mentre da noi si discute da anni. «Bene, forse ci servirà fra una trentina d’anni», ha commentato la Frau Doktor. Una battuta, data la mia età. Poi siamo sempre convinti che i tedeschi non abbiano senso dell’umorismo