Il Sole 24 Ore, 9 maggio 2017
Nozze in vista tra ChemChina e Sinochem Dalla fusione big da 100 miliardi di ricavi
Matrimonio tutto cinese in vista per ChemChina e Sinochem. I due colossi potrebbero convolare a nozze già il prossimo anno, creando un gigante da 100 miliardi di dollari di ricavi l’anno. Si tratterebbe del più grande agglomerato al mondo nel settore dell’agrochimica. A spingere il matrimonio, secondo il Financial Times, sarebbero le autorità cinesi che in questo modo vedrebbero anche garantite a ChemChina le forze necessarie per assorbire la recentissima acquisizione da 43 miliardi di dollari del colosso svizzero Syngenta. Un’operazione quest’ultima che peraltro non sembra essere stata ben digerita a Pechino, nonostante la fame delle autorità locali di creare un campione nazionale che controlli la tecnologia e la produzione di sementi, erbicidi e pesticidi.
Anche se la natura strategica dell’acquisizione di Syngenta sarebbe stata immediatamente chiara alla leadership cinese, il fatto che il presidente di ChemChina Ren Jianxin abbia deciso di portare avanti l’operazione senza aver l’appoggio completo dei vertici politici non sarebbe stato particolarmente gradito. Ren da anni porta avanti un’aggressiva campagna acquisti, che lo ha portato nel 2015 anche all’acquisizione di Pirelli per 7,3 miliardi di euro. L’unione con Sinochem potrebbe metterlo di fronte a una nuova sfida, ossia quella per il controllo della società nascente, per il quale potrebbe contendersi il comando con Ning Gaoning, uno dei manager più rinomati fra le società cinesi controllate dallo Stato.
Oltre al possibile scontro fra due personalità, la fusione fra ChemChina e Sinochem presenta sfide anche dal punto di vista della cultura societaria. Da un lato c’è la “lenta” Sinochem, creata durante l’embargo americano alla Cina negli anni ’50 e che assume decisioni solo in modo collegiale. Dall’altra parte “l’aggressiva” ChemChina che, dell’azienda di Stato, ha solo il nome. L’unione – come accennato – offrirebbe poi un importante sostegno finanziario a ChemChina, gruppo altamente indebitato e che ha finora diffuso pochi dettagli su come intende finanziare l’operazione Syngenta.
Un consolidamento interno dell’industria chimica consentirebbe inoltre alla Cina di porre un freno alla fuga di capitale innescata dai timori per il debito delle banche, dalla bolla del mercato immobiliare e dallo yuan, calato dell’11% rispetto al dollaro negli ultimi due anni. Una fuga fotografata dalla bilancia dei pagamenti cinesi: i capitali usciti lo scorso anno sono stati 220 miliardi di dollari rispetto ai 70 miliardi di dollari del 2014.