il Fatto Quotidiano, 8 maggio 2017
Risparmiateci la favola del Valletta partigiano
La commissione provinciale di epurazione di Torino contro le personalità fasciste, nominata dal Comitato di Liberazione Nazionale, il 23 marzo del 1945 emise una sentenza di epurazione nei confronti dei vertici della Fiat: dal presidente, il senatore Giovanni Agnelli, all’amministratore delegato Vittorio Valletta e al vicepresidente Giancarlo Camerana. Nel dispositivo si affermava, tra le altro, che “i predetti signori hanno partecipato attivamente (…) alla vita politica del fascismo”, e che hanno dato prova “di faziosità fascista”, oltre ad avere lucrato “grandi incrementi patrimoniali in ovvia conseguenza del comportamento politico come sopra accertato a loro carico”. Venivano accusati anche di avere elevato “alla carica di dirigente Fiat il criminale fascista maggiore Navale”, quel Roberto Navale, ufficiale dei servizi segreti, pesantemente coinvolto nell’assassinio dei fratelli Carlo e Nello Rosselli.
La vicenda dell’epurazione dei capi della Fiat, impedita poi dagli anglo-americani nei mesi seguenti alla Liberazione, così come quella del sostegno dato alla Resistenza dopo l’8 settembre 1943, sono state rievocate in modo esauriente dallo storico Valerio Castronovo nella sua biografia di Giovanni Agnelli, pubblicata dalla Utet nel 1971.
È il saggio in cui lo studioso piemontese scrive, a proposito degli aiuti della Fiat alle missioni alleate dell’Oss e dell’inglese Soe, e ai partigiani, che Agnelli e Valletta, di fronte all’avanzata anglo-americana in Italia e in Europa, ai massicci bombardamenti sulle città italiane, all’occupazione tedesca e alla convinzione, soprattutto, del crollo nazifascista, per salvare l’azienda e i loro interessi si erano avvicinati “ad alcuni esponenti del vecchio partito liberale, in contatto con Badoglio e altri militari lealisti”. Il senatore Agnelli, del resto, “era da tempo in familiarità con gli ambienti di corte attraverso Umberto e la principessa di Piemonte Maria José”.
Basta leggere dunque Castronovo, uno storico non ostile alla Fiat ma rigoroso, per dubitare di quanto ipotizza l’avvocato casalese Sergio Favretto nel recente libro Una trama sottile. Fiat: fabbrica, missioni alleate e Resistenza, edito da Seb27, sulle vere ragioni che indussero Valletta e la Fiat a collaborare con partigiani e alleati. “Agirono solo per calcolata opportunità”, si domanda Favretto, “o furono mossi dalla sempre più pervasiva voglia di nuovo e di libertà, culturale ed economica?”.
La risposta bisogna cercarla di nuovo in Castronovo e nel suo Giovanni Agnelli. La Fiat dal 1899 al 1945, laddove ricorda che nella primavera del 1943, dopo un ennesimo bombardamento su Torino e sulle fabbriche, solo qualche dirigente della Fiat “rimaneva ostinatamente filotedesco”. Quanto “ad Agnelli e a Valletta, essi continuavano a guardare, più in generale, al collegamento fra le vicende italiane e i nuovi rapporti di forza che andavano maturando a livello internazionale”. E “le relazioni della Fiat con gli ambienti della finanza e della grande industria americana non si erano mai interrotte del tutto”.
Difficile pensare, insomma, a una scelta antifascista davvero sincera, o ispirata da motivazioni ideali, da parte di Agnelli e di Valletta. Più verosimile è quanto dice l’avvocato torinese Massimo Ottolenghi, esponente di Giustizia e Libertà. Nel volume scritto con l’avvocato Alessandro Re, cioè L’alveare della Resistenza, pubblicato da Giuffrè, afferma che Valletta fu “il superlativo maestro, seppure necessitato, del ‘doppio gioco’, per garantire la continuità dell’occupazione e del lavoro e la salvaguardia del macchinario della grande azienda”. D’altro canto, prosegue Castronovo, si sa “dal diario di Ciano nonché da altre testimonianze, che le prime ipotesi di uno sganciamento dal fascismo si affacciarono per altri grandi industriali come Donegani, Pirelli e Volpi intorno al novembre 1942, in coincidenza con l’ingresso in forza degli americani nel Mediterraneo e, potremmo aggiungere, con i primi massicci bombardamenti alleati sulle fabbriche italiane”.
È ancora Valerio Castronovo a rammentare che gli “approcci di Agnelli con gli Alleati e le relazioni con l’elemento monarchico badogliano e alcuni esponenti del vecchio ceto parlamentare prefascista, non erano stati avviati per una semplice copertura, al momento opportuno, di certi ‘precedenti’ personali”, in ogni caso più che fascisti. Il “vecchio senatore aveva badato piuttosto, insieme alla salvaguardia del patrimonio aziendale, a creare le condizioni favorevoli per una soluzione politica di ‘continuità’ e di sostanziale conservazione istituzionale”. Ne dava un’eco L’Unità del 21 dicembre del 1945. Il quotidiano comunista affermava: “Ora pare effettivamente che Giovanni Agnelli abbia svolto durante l’occupazione nazista un’opera intensa per sottrarre la sua industria alla rapacità dei tedeschi, accertato che egli abbia fornito somme a formazioni partigiane. Opera meritoria, senza dubbio, benché sia facile osservare che il senatore Agnelli era persona troppo intelligente per ignorare le regole elementari del doppio gioco”. Il “doppio gioco” si tradusse, a favore del movimento di liberazione, in sovvenzioni effettive. Secondo Castronovo, la parte più rilevante passò attraverso Benedetto Rognetta, un dirigente dell’azienda torinese. La Fiat, a ogni modo, versò circa 100 milioni di lire ai partigiani.
Ci fu una ulteriore ragione, afferma Castronovo, che determinò Agnelli e Valletta a finanziare la Resistenza. Nel marzo del 1945, infatti, il sottosegretario agli Interni della Repubblica di Salò, Paolo Zerbino, aveva convocato il senatore e l’amministratore delegato affinché accelerassero la socializzazione della Fiat. In caso contrario, li ammonì, “le vostre persone di dirigenti saranno fisicamente estraniate dall’Azienda”, e “ognuno di voi potrà essere chiamato a rispondere di reati come questo: intelligenza col nemico, sabotaggio della guerra”. C’era perciò un motivo in più, sostiene il biografo di Agnelli, perché il senatore “non solo intensificasse, in quegli ultimi mesi, i rapporti con gli anglo-americani, ma cercasse soprattutto di rendere più ampie le alleanze in ogni direzione possibile”.
Soltanto tre anni prima, nel marzo del 1942, il presidente della Fiat, leggendo in assemblea la sua relazione sociale, aveva dichiarato: “Le formidabili conquiste nipponiche nel Pacifico e l’assorbimento di ricchi territori della Russia europea nell’economia dell’Asse mettono in moto una nuova realtà economica, che nel divenire della solidarietà continentale potrà rendere possibili più eque distribuzioni di materie prime, maggiori produzioni, più vasti mercati”.