il Fatto Quotidiano, 8 maggio 2017
Cavallero, René, Bozano: Igor il russo e i suoi fratelli
“La Legge Igor”. C’è chi, come Vincino su Radio Radicale, chiama così le nuove norme sulla legittima difesa. È la febbre del fuggitivo: migliaia di carabinieri e poliziotti impegnati, mezza Italia con il fiato sospeso.
Igor è soltanto l’ultimo di una lunga serie. Prima c’erano stati il Lupo, ma anche Denti di Lupo, poi il Biondino e Manolo oppure il Bel René. Chissà perché li ricordiamo con i soprannomi, forse per esorcizzare il timore che ci suscitavano. O magari perché in fondo chi fa paura un po’ affascina.
Ci hanno fatto pure un film, “Il fuggitivo”, ma Harrison Ford era un innocente che scappava, un uomo che cercava l’assassino della moglie. Quelli veri erano soltanto rapinatori o assassini. Alcuni sono in carcere, c’è chi non si è pentito mai e chi si è ravveduto. Qualcuno pur di non farsi prendere ha ucciso e si è fatto uccidere. Altri sono ancora latitanti. Igor il russo o forse Ezechiele, anzi Norbert Feher il serbo è già entrato nella triste antologia. Più di un mese di latitanza, quasi mille uomini a cercarlo. Unica incognita: lo prenderanno? E se lo troveranno, si arrenderà o deciderà di tentare il tutto per tutto?
Il primo forse è Pietro Cavallero, “Denti di lupo”, appunto. È a capo di una banda nata a Torino, nel quartiere popolare di barriera di Milano. Un gruppo che arruola anche operai. Tolta la tuta blu affrontano inseguimenti a tutta velocità. E vittime, ben quattro durante la rapina al Banco di Napoli di largo Zandonai e la fuga a 150 km orari. Ma cinquecento carabinieri sono sulle loro tracce. Prima tocca a due complici, vengono arrestati, torchiati, come si dice. E parlano. Alla fine Cavallero e Sante Notarnicola vengono individuati in un casello ferroviario abbandonato nell’Alessandrino. Ma dopo aver scontato la condanna a 28 anni di carcere, Denti di Lupo si ravvede: entra nel Servizio missionari giovani (Sermig) di Ernesto Olivero. Scrive anche un libro con la prefazione di Carlo Maria Martini.
Delitti e fughe. Come Lorenzo Bozano, il “biondino della spider rossa” condannato per l’omicidio della povera tredicenne Milena Sutter. Quel Bozano che nel maggio 1971 fa scendere il gelo nella borghesia genovese. Dopo la condanna, nel 1976, Bozano scappa. Giornali e tv non parlano d’altro. Viene segnalato ovunque, come Igor, e intanto fugge in quella Francia all’epoca paradiso di tanti nostri latitanti, poi l’Africa, quindi di nuovo la Francia. Qui viene beccato, per caso: non ha le cinture di sicurezza. Ma niente estradizione, la Francia lo consegna alla Svizzera che infine lo restituisce all’Italia. Bozano alla fine degli Ottanta ottiene i primi permessi, ma nel 1997 viene accusato di aver tentato di molestare una ragazza.
Renato Vallanzasca invece di fughe ne ha compiuto almeno tre, mettendo sotto scacco Milano e mezza Italia e lasciandosi dietro una lunga scia di sangue. L’uomo che a soli 8 anni aveva cercato di far scappare una tigre dal circo, all’inizio degli anni Settanta imperversa con la sua banda della Comasina. Fino all’arresto nel 1972, a quelle foto in bianco e nero sottobraccio agli uomini della Squadra Mobile comandata da Achille Serra. È soltanto l’inizio: dopo quattro anni e mezzo riesce a prendersi l’epatite iniettandosi in vena urina e mangiando uova marce. Si fa curare e scappa. In breve rimette insieme la banda che compirà decine di rapine, seminerà il terrore con i sequestri di persona e si lascerà dietro morti. Finisce ancora in carcere, ma di nuovo scappa con un gruppo di detenuti che prendono in ostaggio un brigadiere. Semina il terrore per Milano, ma viene presto preso. Nel 1987 l’ultima fuga, dall’oblò del traghetto che doveva portarlo all’Asinara. Per arrestarlo, dopo venti giorni, si mobilitano le forze dell’ordine di tutto il Nord Italia.
A Roma, invece, in molti ancora ricordano le “gesta” di Johnny lo zingaro. Era stato soprannominato così Giuseppe Mastini. Anche lui rapinatore. Condannato a 15 anni quando ancora era minorenne. Poi nel febbraio 1987 la fuga approfittando di un permesso, una serie di rapine (muore anche il console italiano in Belgio, Paolo Buratti). Fino alla caccia all’uomo finale, dopo oltre un mese di panico: Mastini viene fermato da una pattuglia nel quartiere Tuscolano, prende una ragazza in ostaggio, spara e uccide un agente, tenta di colpirne un altro: 700 uomini gli stanno alle costole. Viene individuato, accerchiato. Ma alla fine libera la giovane e si arrende.
Ancora Roma. E stavolta c’è addirittura qualcuno che sembra schierarsi con il fuggitivo. È Luciano Liboni, detto il Lupo. Un ladro che, come Igor, d’improvviso diventa rapinatore e pericolo pubblico numero uno. Nel febbraio 2002 ruba un’auto a Todi e ferisce il benzinaio. Da allora comincia la folle fuga costellata di rapine. Liboni alza letteralmente il tiro ogni giorno: a marzo spara ai finanzieri che lo hanno fermato a Civitavecchia. A luglio tocca a un carabiniere a Roma. Ma è soltanto l’inizio, non c’è giorno che le cronache non parlino di lui. Addirittura in un quartiere di Roma compaiono scritte sui muri: “San Lorenzo è con te”. Riesce a raggiungere la Repubblica Ceca dove viene arrestato perché in possesso di documenti falsi. Ma riesce a scappare. Rieccolo in Romagna dove si fa medicare una ferita e viene intercettato da un carabiniere, Alessandro Giorgioni, in un bar: Liboni lo uccide senza pietà. Ricompare nel 2004 alla stazione Termini, ma scappa sparando in mezzo alla folla. Finisce a dormire per strada, confuso tra i clochard. Ma non può durare, mezza Roma lo cerca. E il 31 luglio una pattuglia in moto lo ferma al Circo Massimo. Liboni prende una donna in ostaggio, ma un carabiniere gli spara alla testa e lo uccide. Ma è tale il terrore che scappi ancora che Lupo viene ammanettato alla barella.
Nomi che magari sono stati dimenticati, ma che appena li senti suscitano un brivido. Come Maurizio Minghella, il killer delle prostitute. Fu accusato di aver ucciso 10 donne, ma è stato condannato “solo” per la morte di 4. A Genova le donne quell’anno non parlano d’altro: del terrore seminato dall’assassino seriale. Arrestato nel 1978, nel 1995 esce dal carcere per lavorare in comunità. Ricominciano le morti. Fino al nuovo arresto, alla fuga. E alle manette definitive.
Un nome quasi dimenticato anche quello di Filippo de Cristofaro. L’assassino del delitto del Catamarano: nel giugno 1988 fu uccisa a colpi di machete la skipper Annarita Curina. De Cristofaro comincia così la sua fuga, in giro per il Mediterraneo. Finché dopo 40 giorni viene arrestato a Tunisi. Finita? Macché. Scappa e viene riarrestato a Utrecht in Olanda. Poi fugge e viene beccato ancora in Portogallo.
Morti, arrestati. Ma qualcuno è riuscito a far perdere le sue tracce. È Lyubisa Urbanovic, detto Manolo. Nel 1990 avrebbe ucciso quattro persone a Pontevico (Brescia) durante una rapina. Ma gli vengono attribuiti anche gli omicidi di due fratelli a Somma Lombardo (Varese) e quello di un prete nell’Astigiano. A legare tutte le morti è una pistola Smith&Wesson. Manolo, però, fa perdere le tracce, poi ricompare in Serbia durante la guerra. Infine, sparisce nel nulla.