Libero, 8 maggio 2017
«Il sesto senso esiste: è la prima scorciatoia che usa il cervello». Intervista a Marzia Baldereschi
Il sesto senso esiste. E non ha nulla a che fare con Nostradamus. La professoressa Marzia Baldereschi, ricercatrice presso l’Istituto di Neuroscienze del Cnr, lo ha studiato.
«È importante precisare subito che quando parliamo di sesto senso ci riferiamo a quello che comunemente indentifichiamo con la cosiddetta capacità intuitiva».
Parliamo quindi di attività mentale dal punto di vista neuroscientifico?
«Esatto. Questo tipo di studi sono stati resi possibili grazie a strumenti come la risonanza magnetica funzionale o la Pet che consentono di visualizzare in tempo reale e in vivo quali zone cerebrali si attivano facendo determinate cose».
Per esempio?
«Si è visto che nelle persone sottoposte a certi tipi di test, le risposte intuitive corrispondevano all’utilizzo di aree celebrali diverse da quelle attivate da risposte basate su logica e ragionamento».
Più precisamente: quali?
«Normalmente noi abbiamo i 5 sensi: olfatto, udito, tatto, gusto e vista. Il nostro contatto con il mondo è mediato da questi sistemi ricettivi che raccolgono gli stimoli dall’esterno e li portano nella parte posteriore del cervello dove vengono elaborati. Poi, in un secondo momento, vengono mandati degli stimoli alla parte anteriore dell’encefalo che organizza la risposta motoria o verbale, ad esempio. Si è visto che quando si parla di questi circuiti intuitivi, invece, si attivano solo le parti anteriori».
Come se il nostro cervello prendesse una scorciatoia?
«Proprio così. Si presume che si tratti di una questione di scorciatoie. Il punto non è che gli impulsi nervosi vanno più velocemente, solo prendono altre strade andando direttamente alla parte anteriore dell’encefalo per attivare una risposta immediata, probabilmente basata sulla cosiddetta memoria implicita».
Che sarebbe?
«La memoria implicita è il punto di partenza dell’intuizione. In parole semplici, è quella cosa per cui ci viene in mente ciò che non credevamo di sapere, senza ricordare né quando né come l’abbiamo imparato».
Una sorta di apprendimento inconsapevole?
«E anche involontario. In realtà questo tipo di acquisizione è ricchissima e va a rimpolpare non poco il patrimonio delle nostre conoscenze. Ciò significa che, probabilmente, nell’intuizione la memoria implicita riesce a elaborare e dare una risposta con grande rapidità, sempre su base esperienziale».
Parlando di esperienza, però, viene da pensare che allora i bambini abbiano un intuito inferiore rispetto agli adulti?
«Non è così. Perché è vero che il bambino ha un corredo esperienziale minore, però è più percettivo oltre ad essere più plasmabile. Può andare più facilmente dietro ad un percorso intuitivo proprio perché razionalizza meno. E poi, si dice che anche le donne siano più intuitive degli uomini, ma la verità è che sono stereotipi privi di evidenze scientifiche».
Potremmo definire il sesto senso una sorta di sapere senza vedere?
«Sì. Però è sempre importante ricordarsi che il sesto senso non può essere inteso come capacità di prevedere eventi nel futuro, ma come un insieme di reazioni del nostro corpo che, grazie alle esperienze che abbiamo accumulato anche senza saperlo, ci permettono di elaborare indizi esterni molto rapidamente e senza nemmeno accorgercene, rispetto a eventi che stanno per scatenarsi. Ed ecco la base più ragionevole e scientifica del sesto senso e la sua caratteristica».
Ovvero?
«La consapevolezza arriva dopo».
Esiste un collegamento fra intuito e intelligenza?
«Direi di no. E aggiungo che mentre per l’intuito, inteso come capacità di reagire prima della consapevolezza, esistono spiegazioni che sembrano mettere d’accordo tutti, la definizione di intelligenza è una cosa sulla quale si discute da centinaia di anni senza trovarne una che accontenti tutti».
L’intelligenza, come l’intuito, non ha a che fare con la rapidità?
«No, è legata alla capacità di integrare il più possibile informazioni, ai contatti fra i neuroni, a quante più interazioni anche anatomiche ci sono nel cervello: più ce n’è e più probabilmente si è intelligenti. Non è il numero di cellule del cervello, ma il numero di interazioni fra queste a contare. Quello che si può dire, però, è che sia intelligenza sia intuito garantiscono delle performance».
A che punto siamo con le ricerche?
«In effetti, si parla ancora di ipotesi. Siamo solo all’inizio. Perché la cosa sia consolidata vanno ripetuti i vari esperimenti su scala molto più ampia e bisogna che ci sia consistenza di risultato fra tutti».