Libero, 6 maggio 2017
Serve il diploma pure per zappare
«Se non studi, finirai a fare il contadino», dicevano una volta i padri ai figli smidollati. Padri che erano professionisti affermati, fieri del conseguimento di un titolo di studio prestigioso quando ancora diplomi e lauree non erano stati svalutati dalla loro inflazione. Non pensavano che il figliolo potesse studiare proprio per fare il contadino, come hanno fatto tredici ragazzi tra i sedici e i diciotto anni che, due anni fa, si sono iscritti alla scuola per contadini di San Casciano Val di Pesa. La scuola, gratuita, ha lo scopo di recuperare i ragazzi usciti dal circuito educativo, e salvarli dalla noia e dalla dissipazione avvicinandoli al lavoro più antico e concreto che ci sia: quello della terra.
I ragazzi, dopo aver regolarmente frequentato il biennio di formazione della scuola, si sono diplomati operai agricoli. Ma c’è di più: a differenza dei laureati usciti da facoltà più sofisticate, che spesso passano anni tra dottorati privi di retribuzione e invii di curriculum più disperati del proverbiale messaggio nella bottiglia del naufrago, sette dei tredici neodiplomati hanno già trovato lavoro. Si capisce: domanda di bravi contadini c’è, e cosa di meglio, per corrispondervi, di un gruppo di giovani determinati, che si sono diplomati a pieni voti, superando all’esame finale prove teoriche e pratiche giudicate da una commissione esterna?
Qui non siamo di fronte al caso del figlio del notaio che pigramente si iscrive a legge sicuro di occupare in futuro la scranna paterna, o di altri pargoli che seguono, raramente per vera vocazione, più spesso come una condanna, le orme professionali dei genitori. Questi, invece, sono figli del nostro tempo che si sono allontanati, forse nauseati, dall’idea di diventare social media manager, o web designer, o qualcun altro dei nuovi lavori, non poco alienanti, formati dalla new economy, e hanno sentito il richiamo virgiliano delle greggi, degli uliveti, delle vigne. Altro che passare ore giornaliere davanti a un monitor reclusi in un loculo di un open space, questi presunti “emarginati” che avevano abbandonato la scuola e che rischiavano di finire preda di qualche sinistro servizio di assistenza sociale, hanno scelto l’aria aperta, il lavoro che conserva una sua manualità e un rapporto diretto con ciò che produce, e nel corso degli studi hanno avuto occasione di affrontare sì materie teoriche come agronomia, ma costantemente in rapporto a esperienze pratiche: lo stage l’hanno svolto in fattorie, cantine, in importanti aziende agricole del Chianti. Nel loro caso l’abusata espressione “lavoro sul territorio”, che ormai non si nega a nessuno, è del tutto adeguata. Proprio due delle aziende in cui hanno fatto pratica hanno assunto i neodiplomati.
La scuola per operai agricoli di San Casciano Val di Pesa, promossa dalla rete dei comuni del Chianti, è per ora il primo e unico caso di istituto professionale del genere, e in un’area dove il tasso di abbandono scolastico arriva al 20% giunge come un’iniziativa intelligente e umana e concreta. Non la solita idea astratta di formazione e istruzione, all’insegna del mito dell’eccellenza, della competizione su sterminati quanto ipotetici mercati globali, ma insegnare ai giovani di un determinato territorio, con le sue specifiche caratteristiche e bisogni, a vivere di esso, lavorandolo, con tecnologie moderne, certo, ma con uno spirito non diverso da quello dei contadini che andavano per i campi con l’aratro tirato dai buoi, che seminavano a mano, che aspettavano la stagione della mietitura e del raccolto come un rito sociale, una festa, e non solo un’occasione di profitto.
Non ci stupisce dunque che la risposta al corso sia stata entusiastica: su diciassette posti disponibili, le domande d’iscrizione sono state centinaia da tutta Italia. Un dato che dovrebbe incoraggiare altri comuni a fare rete, come si dice, e a offrire la medesima opportunità della scuola di San Casciano. È quasi da non crederci: il miracolo di silenziare almeno un po’ l’eterno piagnisteo sulla dispersione scolastica, sulla disoccupazione giovanile, sul precariato, potrebbe essere realizzato non da una startup, ma da una cosa che c’è da prima dell’uomo: la terra.