Il Messaggero, 7 maggio 2017
Taylor Camp così bruciò il sogno hippie
«Abbiamo sentito un boato, poi colpi a ripetizione... boom... boom. Sembrava di stare all’inferno». David Pearson raccontò così l’incendio di quel paradiso, il Paradiso di Kauai. Si chiamava Taylor Camp: Taylor come Liz, ma in realtà si trattava di suo fratello Howard, benefattore che negli anni del Vietnam lasciò a tredici ragazzi americani i suoi sette acri di terra davanti all’oceano hawaiano.
PERSEGUITATI
Quei ragazzi indesiderati a New York e in Europa, perseguitati e accusati di vagabondaggio perché erano i rivoltosi dei Campus universitari. Ecco, Camp. Taylor Camp nacque per caso nel 1969, abitato da giovani in fuga dal razzismo, dalla guerra, dalla manipolazione culturale. E in poco tempo divennero un piccolo popolo, centoventi anime gioiose prima di sparire, esattamente quarant’anni fa, dopo il rogo voluto e messo in atto dalle forze di polizia, dai nemici della controcultura e da alcuni abitanti delle Hawaii. Quel rogo che distrusse il Camp selvaggio, unico, leggendario, fatato. L’ultima frontiera della generazione hippie. Oggi, quarant’anni dopo, quei sette acri di terra sono stati inglobati nel Na Pali Coast State Park e ospitano un parcheggio turistico con tavoli da picnic e wc chimici.
Mentre a Woodstock 500 mila persone si radunavano per il concerto epocale, nell’isolotto di Kauai quei primi tredici ragazzi tiravano su il loro villaggio «che non era una comune, non aveva nessun guru, nessuna leadership, nessuna voce isolata né ordini scritti. Non era una democrazia, era molto di più» disse qualche anno fa l’unico fotografo che poté immortalare il paradiso: a quel tempo aveva 23 anni John Wehrheim che sbarcò con due telecamere, una borsa piena di lenti e un cavalletto. Più tardi uscirà il suo libro su Taylor Camp e un documentario. Le sue foto hanno il sapore di dagherrotipi incantati; niente digitale, niente photoshop, niente instagram, nessun social né la traccia informe di un Villaggio Globale. A Taylor Camp si viveva nudi, si parlava, si amava, ci si faceva di marijuana e lsd, si rimediava l’acqua da un sistema idrico costruito con niente ma quel niente bastava a sopravvivere. I bambini andavano a scuola, i ragazzi in surf e i veterani della guerra in Vietnam si davano da fare per procurarsi il cibo e canne di bambù, teli plasticati, rame, legno, stoffe: le fondamenta delle loro capanne inerpicate sugli alberi.
I GIORNI
Quando ci si bastava. Negli stessi giorni di quel 1969 l’uomo sbarcava sulla luna e Jan Palach si dava fuoco a Praga per protestare contro l’invasione sovietica in Cecoslovacchia mentre a Los Angeles Charles Manson massacrava Sharon Tate a villa Polanski. Ma i cattivi erano i ragazzi di Taylor Camp: Rosey Rosenthal, Sandra Schaub e suo marito Victor e i loro amici: «I ragazzi arrivati lì che non erano stati sul fronte vietnamita sorridevano; ai reduci dovevamo insegnare come ridere nuovamente» raccontano.
La ricorrenza del tragico the end di Taylor Camp non passa inosservata nell’era di Internet. Millecinquecento iscritti alla page Taylor Camp Kauai ricordano, postano foto, regalano ancora immagini private. Tra i tanti messaggi, quello dolce e disperato firmato da Julie: «Mia mamma ha vissuto a Kauai quando era incinta di me, io sono nata nel novembre del 72 e credo di aver vissuto lì fino all’età di 5 anni. Mia madre non c’è più e io vorrei sapere chi è il mio padre biologico. Credo si chiamasse Johnny, era un surfista e forse ha vissuto a Taylor Camp...Se c’è qualcuno che può fornirmi informazioni, mi contatti. Grazie».
Gli hippie di Taylor Camp avevano innalzato anche la loro chiesa The Church of the Brotherhood of the Paradise of Children; al posto dell’altare, una riproduzione dell’Ultima Cena di Leonardo Da Vinci. Le foto di Wehrheim immortalano una splendida ragazza bionda, nuda, un hipster con chitarra sormontato dal manifesto del film Frankenstein Junior e la sua compagna che cuce a mano. Un’altra prepara la cena su un cucinino a forma di valigia. Sulla porta malmessa una scritta improbabile wipe your feet. Eccolo l’album dell’appartenenza, della comunità non virtuale: «In cambio delle mie fotografie – dice oggi Wehrheim – venni pagato in pasti, erbaccia e feste. Se mi guardo indietro, posso dire che quella gente, che era la mia gente, mi consegnò l’assegno dei sogni».
Nel 77 il sogno di Taylor Camp svanì. Nel mondo civilizzato, in quei giorni, Phil Collins prendeva il posto di Peter Gabriel nei Genesis; Tina Turner si esibiva all’Hammersmith Odeon di Londra, Hollywood si traduceva Coppola, Scorsese, De Palma, Lucas, Spielberg. Schwarzenegger veniva incoronato Mister Universo. E in agosto, in quell’agosto, svaniva anche Elvis.