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 2017  maggio 06 Sabato calendario

Una fine dignitosa non è solo dei ribelli

Nel famoso racconto L’Ingenuo, Voltaire narra che il protagonista impazzisce di dolore alla morte dell’amata. L’amico Gordon teme che voglia uccidersi, e nasconde tutte le armi. Lui risponde sprezzante: «Pensate che esista qualcuno sulla terra che abbia il diritto e il potere di impedirmi di finire la mia vita?» E Voltaire conclude: «Gordon si guardò bene dall’elencargli i luoghi comuni e fastidiosi con i quali si cerca di provare che non bisogna uscire dalla propria casa quando è intollerabile restarci. Ragioni inconcludenti che una disperazione ferma e riflessiva non si degna di ascoltare, e alle quali Catone rispose con un colpo di pugnale».
Voltaire non aveva una particolare simpatia per il suicidio. Amava la vita così tanto che, dissero, si dimenticò di morire. Non era nemmeno ateo. Confidava in Dio e in un aldilà di giustizia e di misericordia. Ma credeva nella libertà e nell’autodeterminazione: soprattutto odiava le imposizioni altrui quando non erano giustificate da necessità evidenti o da un dimostrato interesse collettivo. 
Rileggendo le parole dell’Ingenuo, anche noi oggi ci domandiamo per quali ragioni una persona che trovi intollerabile continuare a soffrire non abbia il diritto di andarsene in pace, senza scomodare i magistrati con indagini penali. Pochi giorni fa, due Pm di Milano hanno accolto questa tesi, chiedendo l’archiviazione per Marco Cappato, che aveva assistito un tetraplegico cieco nei suoi ultimi istanti. Onore a queste due toghe coraggiose. Ma il problema rimane. 
ORDINAMENTOIl nostro ordinamento infatti considera la vita un bene indisponibile. I motivi che ne stanno a fondamento non sono sempre spiegati in termini razionali, venendo spesso contaminati da argomenti dogmatici. Ma per semplificare potremmo distinguerli tra religiosi e non. Vediamoli.
I primi si possono riassumere così: la vita è sacra, perché è un dono di Dio. Domanda: se è un dono, perché il donatario non può farne ciò che vuole? Se ricevo un regalo, ne divento proprietario a tutti gli effetti. Altrimenti non è più un dono, ma una sorta di usufrutto, o di riservato dominio. E ancora: se un principio fondamentale del cristianesimo è quello di non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te, perché devo imporre a un infelice una vita artificiale quando io stesso, in quelle condizioni, non vorrei subire un simile supplizio? E infine. Creando la vita, Dio ha creato la morte, perché l’una senza l’altra sono biologicamente e logicamente incomprensibili. Dunque, quando il corso della Natura ha segnato il tuo tempo, la vera violenza non è forse quella di un prolungamento artificiale? Sono domande semplici. Dovrebbero esserlo anche le risposte.
MOTIVI
E ora i motivi laici. Questi non sono meno ostentati di quelli religiosi, ma sono ancora più deboli, perché derivano da postulati ideologici, senza nemmeno pretendere di essere assistiti dalla maestosa statuizione di un’autorità trascendente. Essi sostituiscono alla solennità di un Dio inflessibile due entità essenzialmente burocratiche : lo Stato etico, e la solidarietà sociale. Il primo ha ispirato, con la mediazione hegeliana, la disciplina del nostro codice penale fascista; la seconda, quel vago ecumenismo marxiano per cui l’individuo è inserito in un falansterio di vincoli collettivi che ne divorano le facoltà e ne prosciugano le energie. 
Qui le limitazioni alla libertà individuale sono di ancor più difficile giustificazione e dimostrazione. Esse infatti presuppongono una subordinazione dell’individuo a un’entità estranea lo Stato che per definizione dovrebbe esaltarne le facoltà individuali, non avvilirle o comprimerle; mentre invece ha edificato un complesso di limitazioni umilianti dove la dignità del cittadino è affievolita fino ad annullarsi nella sua cosiddetta funzione sociale. In questa prospettiva, il diritto al fine vita è visto come un sacrilego attentato alle attribuzioni sovrane dell’Autorità.
Come si vede, nessuno di questi argomenti regge a una critica rigorosa, e la ragione non può rassegnarsi davanti a questi pregiudizi. 
FIDUCIA
Se abbiamo ancora un po di fiducia in essa, dobbiamo piuttosto domandarci: è possibile invocare il diritto all’autodeterminazione senza proclamarsi cattivi cittadini, e nemmeno cattivi cristiani? Io credo sia possibile. 
Per capirlo, occorre risalire alle fonti del nostro terrore di fronte al suicidio. Terrore evocato dalla fine di Giuda, dal trattamento inflitto nei secoli alle stesse salme delle vittime, e da altre odiose superstizioni: la storia d Jean Calas è illuminante. Tuttavia non è sempre stato così. L’Antico Testamento pullula di eroi che si tolsero la vita senza essere per questo maledetti dal Signore. Durer e Cranach esaltarono il pugnale di Lucrezia che vendica sul proprio corpo la sua profanazione, e Haendel nobilitò il suicidio di Saul con la più commovente marcia funebre mai scritta. Da Bruto a Cassio, fino a Seneca e Jan Palach, la civiltà occidentale ha spesso onorato chi ha preferito la morte all’onta, al disonore o al degrado. 
ANIMA
L’abbandono cosciente e volontario della vita non ha dunque nulla a che vedere con l’anarchismo sovversivo o la ribellione blasfema. Chi attua questa scelta dolorosa non lo fa per ripudiare la società o offendere il Signore. Lo fa per le ragioni imperscrutabili di un’anima disperata, dove nessuno, né il prete né il giudice hanno il diritto di inserirsi, e tantomeno di punire chi assiste e conforta questi infelici nel viaggio finale. 
Anche la cremazione è stata a suo tempo maledetta come un oltraggio alla divinità. Poi finalmente si è capito che non rappresentava una irriverenza ribalda, e oggi è accettata dalla Chiesa. L’auspicio è che quella stessa libertà che ci consente di decidere sul nostro destino ultraterreno ci venga ora riconosciuta senza interferenze, per conciliarci con la nostra mortalità. Possibilmente in una pace dignitosa, senza la cruenta scelta di Catone.