la Repubblica, 7 maggio 2017
Dalla Corea al mondo così trionfa il K-pop
Scoop! Sulli e Hara si sono baciate, la scena proibita durante l’Instagram live per festeggiare il compleanno di Sulli, ma quando la smetteranno di provocare così le loro fan, e poi conciate come bambine innocenti. Scoop! ll web si ribella a “Secretly, Greatly”, ora basta con gli scherzacci da telecamera nascosta. Scoop! Anche le Laboum accusate di “sajaegi”, hanno truccato per anni le classifiche. Scoop! Scoop! Scoop! Ma di musica, scusate, quand’è che parliamo?
Ma cosa volete che importi più della musica alle ragazzine incolonnate adesso davanti al Dunkin’Donuts di Cheongdam-dong, proprio di fronte alla sede della JYP, il colosso da quaranta milioni di dollari che è una delle Big 3 che si dividono il mercato del K-pop, qui nel cuore di quella Gangnam resa famosa dal rapper superkitsch Psy, e dove l’amministrazione di Seul oggi organizza addirittura i Gangnam Tour: con tanto di fermate del bus per il quadrilatero di K-street, le strade del pop nazionale. Poverine.
Sono qui solo per avere notizie dell’amatissimo Jackson dei GOT7, speriamo rimessosi dopo essere sbiancato l’altro giorno davanti ai fan, l’hashtag #RiprenditiPrestoJackson diventato virale, e la verità che puoi scoprire solo su una fanzine online di Taiwan. Perché neppure i siti più pettegoli di Seul possono rivelare l’indicibile: l’idolo della boy band che vomita, e per di più davanti al pubblico accorso fin lì dal Giappone, in uno dei tanti “K-pop tour” organizzati da Hanjin International – sì, la succursale viaggi di quell’Hanjin che insieme a Samsung, Hyundai, Daewoo era fino a ieri uno dei più grandi chaebol, i superconglomerati industriali di qui.
Capito di cosa parliamo quando parliamo di K-pop? Perfino la Harvard Business School s’è messa a studiare il fenomeno. Perché se i video di Psy, che martedì prossimo sforna l’attesissimo 4x2= 8, il disco che già nel titolo moltiplicherà il suo successo, si avviano verso i tre miliardi di visualizzazioni su YouTube, e se i ragazzi di Big Bang soltanto nel 2015 hanno guadagnato quarantaquattro milioni di dollari, beh, “non potrà essere un caso”, si sono chiesti i professori.
Che hanno dunque svelato i tre segreti del marketing di questo successo transnazionale.
Primo: gestione strategica dei talenti, con i ragazzi che vengono “coltivati” nei campi scuola da trecentomila partecipanti. Secondo: sviluppo dei social media saltando le vecchie catene di distribuzione per fidelizzare il pubblico. Terzo: offerta di prodotti localizzati, con i gruppi che vengono ri-brandizzati e invitati a cantare nelle lingue delle nazioni prese d’assalto – dalla Cina agli Usa. È così che le Girls’Generation di Party hanno invaso il mondo. È così che Bermuda Triangle di Zico è finito tra i brani migliori di Billboard: la bibbia musicale Usa. L’ultima prova della globalizzazione arriva proprio dagli States.
Ryan Higa è un giovane youtuber che ha creato, per ridere, una finta band di K-pop. Ma i suoi BgA, Boys Generally Asian, hanno avuto un tale successo in rete che Who’s It Gonna Be è finita ai primi posti delle classifiche di Seul. Malgrado quei ritornelli improbabili: “Siamo ragazzi perlopiù asiatici / Siamo sexy spaghetti freddi”.
Che in coreano maccheronico sarebbe la traduzione, ovviamente inventata, di “fighi”...
Ma come siamo arrivati fin qui? Scrive Kim Chang Nam, il professore della SungKongHoe University nel suo fondamentale K- Pop: radici e sviluppo della musica popolare coreana, che tutto nasce dall’incredibile predisposizione di questa terra al mix. È stato lui a tracciare l’origine del genere in quel miscuglio tra il “trot” importato dai bellicosi invasori giapponesi e le ballate pop di quei (molto) meglio accolti invasori dell’Ottava armata, gli americani arrivati settant’anni fa per liberare il Sud dall’avanzata del Kim di turno del Nord, in questo caso Kim Il-sung, il fondatore della dinastia. E dunque trot + pop Usa = K-pop.
Domanda: e come la mettiamo con quel cantilenare a noi così familiare? Com’è che tanto K-pop suona uscito da una raccolta (del peggio) di Sanremo? Spiega a Robinson il professor Kim che «quando negli anni Sessanta la musica pop cominciò a inondare le radio, molti cantanti soprattutto folk adattarono tanti successi italiani». Perle oggi da brivido. «Cho Young Nam che rifà Magia di Massimo Ranieri. Twin Folio e l’Aria di Festa di Milva». Peccato che durò poco.
«La gente non distingueva tra musica europea e Usa. E appena la musica angloamericana prese il sopravvento, la popolarità della canzone italiana diminuì».
Ubi maior: gli americani quaggiù avevano un’intera armata. L’archivio dell’Eighth Army mostra anche una splendida Marilyn Monroe in concert, anno 1954, dieci show per centomila soldati. La Bella e le bestie: la Bionda e quei poveri cristi andati a giocarsi la vita fin là. Amore & morte, Eros e Thanatos: ma soprattutto Eros. Che venga anche da lì l’ossessione erotica che pervade, sotto la patina d’innocenza, tutto il K-pop? Dice a Robinson Michael Hurt, professore di sociologia alla Hankuk University: «Quando ho provato a mettere insieme i tasselli che legavano sesso e K-pop sono stato attaccato su tutto il web». Non è una sorpresa. Già qui è pericoloso gridare che il re è nudo: figuriamoci quando sostieni che a essere nude sono le reginette. La tesi di Hurt, infatti, è che il K-pop non è altro che «pornografia neoconfuciana». Avete presente tutti quei video e copertine di dischi e poster delle varie girl band?
Ormai quella immagine da lolita standardizzata qui a Seul ti circonda dappertutto. Dalla lingerie di Anna Sui fino alle lenti coloratissime di Lens.Me, tutti i messaggi che rimbalzano a Myeong-dong, nel centro invaso dallo struscio della domenica, viaggiano sulle immagini di queste ragazzine che neppure Mr. Magoo pretenderebbe asessuate. Per giustificare la sua tesi, l’intrepido Hurt ha scritto un saggio che riassume secoli di storia e cultura coreana. E dalle gisaeng, le cortigiane della dinastia Joseon, guarda caso “versate in musica, danza e conversazione brillante”, arriva alle giovani dive di oggi: protagoniste di questa “codificazione dell’innocenza che è la coperta sotto cui lo sguardo sessualizzante può liberamente operare”.
Paroloni? Allora lasciamo parlare le immagini. È il dieci marzo 1973 e sempre qui, nel centro di Myeong-dong, la polizia ferma una ragazza per misurare la lunghezza della minigonna e scoprire che sì, la sventurata sventola un passo tra la fine dell’orlo e l’inizio del ginocchio di quasi quaranta centimetri, scoprendo ben più dei diciassette consentiti dalla legge. Che è successo? Che in vent’anni siamo passati da sexy Marilyn alla pruderie talebana del dittatore Park Chung-hee, proprio lui, il papà di Park Geun-hye, l’ex presidentessa cacciata via dalla primavera di Seul che adesso è finita in carcere. Costrizione & liberazione: non era insomma già scritto che l’erotismo, imprigionato dalla dittatura, avrebbe spezzato le sue catene con la conquista della democrazia? Ma è qui che la storia del K-pop si avvita in uno di quei cortocircuiti che fanno impazzire gli studiosi della pop culture: perché fu proprio la dittatura a liberarne, inconsapevolmente, le forze. Ricorda Euny Hong nel suo informatissimo (e divertente) The Birth of Korean Cool che la violenta censura di Park padre escluse la Corea dalla rivoluzione giovanile, “bandendo appunto minigonne, capelloni e rock’n’roll”. Fu così che “la moda rock degli anni Settanta fu completamente scavalcata e sostituita nel gusto da un curioso mix di disco, sintetizzatori moderni e ritorno ai vecchi motivi trot” aggiunge Mark Russell nel suo Pop Goes Korea: praticamente l’inizio del K-pop. Il paradosso è che la stessa figlia del dittatore bacchettone avrebbe cercato, trent’anni dopo, di allungare le mani perfino sulla musica delle lolite. Gli investigatori sospettano che la signora e la sua amica sciamana avrebbero spinto per far ottenere lucrosi contratti a Cha Eun-taek, il regista dei più famosi video del genere, compresi quelli di Psy. Non solo: lo stesso Psy ha dovuto smentire la relazione con una nipote dell’amica sciamana dell’ex presidente.
E perfino l’uomo che adesso tutti dicono siederà sulla poltrona dell’odiosissima Park, cioè quel Moon Jae-in che vuole rappacificarsi con il Nord, indovinate dove è andato a cercare voti alla vigilia delle elezioni di martedì prossimo? Negli studi di SM Entertainment: il colosso discografico che ha lanciato le Girls’Generation.
Capito allora di cosa parliamo quando parliamo di K-pop? Dice: musica. Ma cosa volete che importi più della musica. Piuttosto: sesso & corruzione, politica & business, marketing & media. Tutto quanto, insomma, faccia “scoop!”.