la Repubblica, 7 maggio 2017
Il flop di Garanzia Giovani, solo il 30% ha trovato posto
ROMA Troppi tirocini, poco lavoro. L’indagine della Corte dei conti europea certifica una scarsa efficacia della versione italiana di Garanzia Giovani, il programma istituito da Bruxelles per favorire l’inserimento lavorativo degli under 25 (che in Italia però arriva fino ai 29 anni). Dei sette Paesi esaminati (Irlanda, Spagna, Francia, Croazia, Italia, Portogallo, Slovacchia) il nostro ha la percentuale più bassa di “uscite” dal programma con destinazione lavoro, il 31%, contro una media dell’80% e un record del 90% in Francia. Mentre tra le destinazioni assegnate ai nostri giovani in garanzia prevale l’apprendistato, con una quota del 54%, decisamente superiore alla media, 13%.
A questi rilievi specifici sull’Italia se ne aggiunge poi uno più generale. L’obiettivo principale di Garanzia Giovani, che ha impegnato risorse per 6,4 miliardi di euro e per il quale adesso la Ue si appresta a varare un ulteriore finanziamento da 1,2 miliardi per arrivare al 2020, era quello di inserire nel mondo del lavoro i Neet, i giovani che non lavorano, non studiano e non fanno tirocinio o apprendistato. In effetti i Neet disoccupati sono diminuiti, ma lo zoccolo duro della categoria, quello di Neet inattivi, è rimasto fermo. E quindi, conclude la Corte dei conti, a beneficiare delle misure sono stati soprattutto «i soggetti più qualificati e con un livello di istruzione migliore», non i più deboli.
Ma se il programma è inefficace, perché rifinanziarlo?
Per l’Italia sono stati stanziati finora un miliardo e mezzo di euro. Per la proroga, spiega Bruno Busacca, responsabile della segreteria tecnica del ministro del Lavoro, «ancora non è stata fatta la ripartizione dei nuovi fondi Ue, ma all’Italia dovrebbero toccare circa 300 milioni, ai quali si aggiungeranno circa 500 milioni di risorse del Fondo Sociale europeo». In tutto, 2,3 miliardi di euro. Ne vale la pena? L’ultimo report diffuso venerdì 5 dal ministero del Lavoro parla di 1.156.202 giovani registrati, al netto delle cancellazioni. Il coinvolgimento c’è. Ma i risultati?
«La conclusione più facile potrebbe sembrare che il programma non funziona. Ma in realtà ha fatto miracoli – replica Busacca -. In Italia i centri dell’impiego non erano più abituati da anni a fare politiche attive». In effetti il 31% di collocati è di gran lunga superiore alla quota generale dei centri dell’impiego, che non arriva al 5%. Inoltre, rileva Busacca, il 31% è una media tra un Sud che stenta e un Centro-Nord che funziona meglio, e dove si toccano punte di oltre il 40%. «I dati si riferiscono al primo biennio, quando la situazione del mercato del lavoro era peggiore. – aggiunge – Adesso ci stiamo riorientando verso l’occupazione. E poi il nostro 54% di tirocini non è tutto da buttare: una quota significativa si traduce in occupazione in seconda battuta». Lo conferma lo studio appena pubblicato dall’Anpal, la nuova Agenzia per le politiche attive del lavoro: l’inserimento occupazionale al termine di un percorso di tirocinio si attesta al 25,4%. «Attenzione a demonizzare il tirocinio – dice il presidente dell’Anpal, Maurizio Del Conte – nel nostro Paese si è registrato il tasso più alto di trasformazione in lavoro. La Garanzia Giovani ha tirato fuori dallo stato di Neet un terzo della platea. Si potevano avere risultati migliori, certo bisognerà riequilibrare le misure, puntare più sul lavoro, soprattutto al Sud, dove abbiamo avviato una misura ulteriore per l’inserimento dei giovani in Garanzia, con un fondo di 200 milioni».
Ci sono però Regioni che hanno subito puntato all’occupazione: qui spicca la Lombardia, con 90.264 giovani inseriti nel mercato del lavoro. Tra questi, 23.841 con un contratto a tempo determinato, 11.605 a tempo indeterminato e 12.532 in apprendistato. «Abbiamo accolto anche i giovani da altre Regioni – dice l’assessore regionale all’-I-struzione e al Lavoro Valentina Aprea – e puntato all’inserimento nei settori tradizionali del made in Italy, in testa il manifatturiero e l’artigianato, dove i giovani qualificati rappresentano una risorsa strategica. Parlo di sartoria, legno, botteghe del ferro, del rame, oggetti preziosi, una miriade di piccole aziende che hanno bisogno di assicurare il ricambio generazionale, o semplicemente di acquisire personale specializzato, e che fanno fatica a trovare dipendenti con le giuste qualifiche. Si tratta di aziende dove le persone fanno ancora la differenza».