la Repubblica, 6 maggio 2017
La banda degli spazzini dietro 17 anni di misteri
TORTOLÌ “Ah, ma dei non du connosciu”, io mica li conosco, dice chi li conosce da sempre. E invece eccola, la banda dei pastori e dei netturbini che tredici anni fa beffò l’esercito e lo Stato assaltando una polveriera militare e sparendo tra omicidi, rapine ed estorsioni: dieci nomi in fila sulle carte della procura antimafia, strappati ai silenzi dell’Ogliastra inseguendo le molliche di Pollicino «lasciate per tentare di depistarci», raccontano gli inquirenti. Mica erano mollichine innocue: erano fucili d’assalto, dieci di quei tredici che rapinarono insieme a casse di munizioni e dinamite nella base del 151° reggimento della Brigata Sassari a Capo Bellavista, sulla cuspide di una collina affacciata sulla baia di Porto Frailis e sulle spiagge di Tortolì.
Cose che nemmeno un film e invece è una storia vera. Ventun settembre 2004, base di Capo Bellavista: è sera, i soldati del 151° battaglione della Sassari che fanno staffetta per gestire la vecchia base del poligono del Salto di Quirra sono a cena in una trattoria sul mare a Porto Frailis, lasciando un soldato di piantone nello sgabuzzino di lamiera dentro la rete di perimetro della base di mattoncini rossi lassù sul belvedere. Alle 21,30, una Fiat Punto rossa suona il clacson. Il soldato esce dal gabbiotto e si trova davanti due persone che hanno tagliato la rete e lo aspettano dietro la porta. Gli puntano le pistole alla gola e lo legano come una salsiccia. Rubano «armi che pensavano di utilizzare o di rivendere per gli assalti ai furgoni portavalori, il grande business della criminalità qui in Sardegna», spiegano gli inquirenti.
Ma chi sono i banditi? Il giorno dopo il delitto, un uomo, niente affatto uno stinco di santo, va in caserma a denunciare la scomparsa del figlio, Marco Ferrai: è uno che trascorre le giornate tra una rissa e un bar, dove spende tutto ai videopoker. Quando Marco sparisce, papà Nino va dai carabinieri e chiama “Chi l’ha visto?”. E non basta: accusa un amico di Marco con cui era stato visto uscire il giorno dell’assalto alla polveriera. Erano insieme a bere una birra al bar Genargentu di Tortolì, che oggi si chiama Orizzonte, in una rotonda di periferia.
Marco viveva «in una casa molto fatiscente» accanto al comune di Tortolì, e non era noto come bravo ragazzo. Ma quel giorno è sparito nel nulla, e oggi il suo nome è tra i dieci scritti nell’avviso di conclusione indagini coordinate da Danilo Tronci, magistrato dell’Antimafia di Cagliari, e svolte dai carabinieri di Nuoro. Il suo telefonino squillò per un paio di giorni nella zona di un lago artificiale, poi la batterà svanì. Magari hanno litigato e l’hanno ucciso, chissà. «Si pensò di svuotare il lago, poi non se ne fece nulla», raccontano i cronisti locali. Ma papà Nino andava in giro a fare indagini, e finì male anzi peggio: il 3 dicembre, davanti a questo cancello sullo sterrato tra i campi e l’aeroporto chiuso di Tortolì, due fucili nascosti nel canneto ammazzarono lui e la moglie Mariangela Bangoni alle 7,30 del mattino.
Il guaio è che il corpo non fu mai trovato, e che far domande nell’Ogliastra resta un esercizio di spirito anche oggi. Rispondere, per cultura locale, sarebbe peccato mortale. Così gli investigatori hanno seguito l’unica traccia che avevano: i mitragliatori. «Hanno capito di essere braccati, e quei fucili non erano più rivendibili perché chiunque li avesse comprati avrebbe rischiato di vedersi accollare anche l’omicidio dei genitori di Marco», spiegano gli inquirenti. Di tanto in tanto, così, facevano ritrovare un fucile «sfruttando i confidenti in modo da depistare le indagini, ma è proprio questo che li ha traditi», spiegano gli inquirenti che hanno risalito le tracce di quei finti ritrovamenti. Ecco perché 13 anni dopo l’assalto alla polveriera ci sono dieci nomi su una lista. Sono tutti pregiudicati: uno, Marco, è morto e svanito. Tre sono agli arresti per altri delitti, omicidio e rapina e porto d’armi. Gli altri sono liberi, «e non abbiamo chiesto l’arresto per non rischiare di rovinare tutto», spiegano gli inquirenti. Perché chiedere l’arresto tredici anni dopo un delitto rischia di essere un boomerang, «meglio perseguirli a piede libero». Si gioca a scacchi con il diritto, ed è meglio non sottovalutare la banda di netturbini e pastori dell’Ogliastra.