la Repubblica, 8 maggio 2017
Tania Cagnotto. La principessa dei tuffi ora volerà nella vita. «E se tornassi nel 2020?»
L’ultimo tuffo di Tania. Quasi, più o meno: «Sarà una festa, anche se dentro di me scorre malinconia. Chissà, magari un giorno, una gara, più in là. Adesso ho bisogno di riprendermi tanta vita». La signora Cagnotto maritata Parolin saluta tutti. Sabato 13 maggio, ai Tricolori di Torino città di papà Giorgio, da 1 metro dirà addio alle verticali che l’hanno tenuta in volo per una vita. 32 anni da su a giù, dal trampolino alla vasca. Adesso che nel cloro ha pescato tutto, anche le medaglie olimpiche (argento nel sincro con Francesca Dallapé e il bronzo nei tre metri a Rio 2016, sua quinta Olimpiade), guarda l’orizzonte: «Ho bisogno di tempo, abbastanza tempo, per ritrovare tutto quello che la piscina mi ha tolto».
Ha rimpianti?
«Nessuno. Gli ultimi quattro anni sono stati bellissimi e i due prima di Rio me li sono proprio goduti. Forse l’unico cruccio è quello di non aver vissuto un anno post-olimpico da medagliata, una stagione agonistica senza pressioni e in leggerezza. Ma qualcuno che mi conosce bene sostiene che non ci sarei riuscita: avrei sofferto come sempre per le gare. Se sei atleta, atleta rimani. La testa e il corpo non vanno mai in vacanza».
È quello che le è mancato di più in tutti questi anni?
«No, mi è mancato di più non aver completato gli studi. Soprattutto in Italia se decidi di fare dello sport il tuo mestiere, devi rinunciare al resto. Non abbiamo un sistema scolastico che ci permette di percorrere il doppio binario. Io ci ho provato a farlo andando a studiare scienze dell’alimentazione a Houston in Texas nel 2005, per allenarmi col mio idolo, la russa Julia Pakhalina. Ho imparato l’inglese. Anche se poi sono tornata in Italia dopo più o meno un anno, sfinita. Avevo avuto un calo fisico. Il loro modello è molto diverso dal nostro, non mi ci sono adeguata del tutto. Però lo rifarei».
Cosa non rifarebbe?
«Non mi pento di niente. Anche il dolore atroce a Londra mi è stato utile. Anzi, adesso so che quei due quarti posti alle Olimpiadi del 2012 per pochi centesimi di punto sono stati necessari per chiudere la mia carriera come volevo».
Come si ricomincia dopo una delusione forte come quella?
«Attraversando tutto il male che senti. Mi sono fatta domande sul senso del tutto, su chi ero, cosa volevo. Mi hanno aiutata molto la mia psicologa, Daniela Cavelli, e la mia famiglia. Ho la fortuna di aver vissuto, dopo tutto, una vita normale. Con gli stessi amici di infanzia a Bolzano. Ho sentito forte l’affetto della gente. Ed è stato bravissimo mio papà Giorgio a farsi un po’ da parte. Avevo bisogno non di un allenatore migliore di lui, ma di un altro coach: Oscar Bertone è stata pura energia. Poi ho puntato i piedi con la federazione e ho chiesto uno staff completo con psicologo, preparatore atletico, fisioterapista. Con la squadra rinfrescata ha ricominciato a funzionare tutto».
Due argenti ai mondiali di Barcellona 2013.
«E ci ero arrivata con disimpegno. Che per me è sempre un modo di dire: avevo semplicemente un po’ ammorbidito gli allenamenti, cercato un minimo di svago dopo Londra. Ma questo non significa che anche lì non abbia sofferto».
Due anni dopo a Kazan il primo oro mondiale, da 1 metro. Lì la vera ripartenza?
«Forse sì, ho capito che c’ero ancora. E davanti a due cinesi. Stavo benissimo, piangevo tantissimo».
Disse che ai suoi figli non dirà mai che esiste uno sport come i tuffi, conferma?
«Sì, e lo dico io con due genitori ex tuffatori che mai mi hanno spinta a seguire le loro orme. Anche se mio marito Stefano mi rimprovera facendomi notare che i tuffi sono stata la mia passione».
E anche la sua tortura, come il tennis per Agassi?
«Soltanto da bambina mi tuffavo per divertimento, poi per cercare la perfezione. Cose ben diverse».
Neanche un tuffetto in viaggio di nozze in Polinesia?
«In vacanza, se proprio devo, un pochino a bomba».
C’è stato un momento di pura felicità?
«Dopo l’argento nel sincro con Francesca a Rio. Era la medaglia cui tenevo di più, in cui mi sentivo più responsabile, per me ma soprattutto per lei. È stata una gara massacrante dal punto di vista psicologico. Ogni volta che rivedo quelle immagini, noi due che ci abbracciamo, mi commuovo. C’è tutta la nostra storia lì».
Francesca è appena diventata mamma di Ludovica, lei?
«Ho ancora bisogno di libertà per me».
Ballerina in tv.
«Bello trasformarsi. Poi tornare in piscina senza un vero scopo è stato un disastro. Mai avuto tanti dolori addosso come adesso».
Cosa farà?
«Mi piacerebbe allenare i bambini. E anche commentare le gare, già da questa estate ai mondiali di Budapest».
C’è un’altra Tania dopo lei?
«Ottimi nomi: Andrea Chiarabini, Giovanni Tocci, Elena Bertocchi».
Non le mancherà un giorno il trampolino?
«Già mi manca, se è per questo. In realtà più che il trampolino, la vita di squadra. Lo svegliarsi la mattina con un obiettivo. Però non mi manca il resto: le valigie sempre pronte per partire, le giornate costrette dagli orari, le diete, la maniacalità nel controllare tutto. Provo sentimenti uguali e contrari, ecco. Francesca, forse colma di ormoni, me lo dice: e se andassimo nel 2020 a Tokyo?».