la Repubblica, 8 maggio 2017
Dall’Italia al piccolo Vulcano la storia del tecnico per caso che ora chiamano Ancelotti
Mentre Claudio Ranieri portava il Leicester verso uno storico scudetto in Premier League, a Otxandio, piccolo paese di 1.200 anime nei Paesi Baschi a metà strada tra Bilbao e Vitoria, un altro italiano, Alessandro Ruta, cercava di compiere un’impresa altrettanto miracolosa: salvare il Vulcano dalla retrocessione nella sesta divisione, il nostro campionato di Eccellenza. Sveliamo subito il finale di questa storia: Alessandro non ce l’ha fatta. La retrocessione a fine stagione è arrivata puntuale. Del resto, con una squadra fatta di camerieri, baristi, commessi, addetti alle pulizie, cassieri, muratori, studenti ed ex glorie del calcio basco (come Koikili, ex terzino dell’Athletic Bilbao) e un giovane uomo diventato allenatore per caso, la missione era tutt’altro che semplice. Ma la storia di Alessandro – milanese, classe 1982, ex giornalista alla Gazzetta dello Sport – non è per questo meno romantica e bella.
Arrivato tra queste montagne (il paese è a 600 metri di altitudine, tristemente famoso per essere stato il primo a venire bombardato durante la guerra civile spagnola, nove mesi prima di Guernica) nell’agosto di due anni fa per amore verso la storia e la cultura dei Paesi Baschi – e per quello verso la sua compagna – è diventato nel giro di qualche settimana prima vice e poi allenatore del club cittadino, il Vulcano – 60 anni di storia alle spalle, colori sociali neroverde, un po’ come il Venezia pre-fusione, il Chieti o il Sassuolo, fate voi – per caso. O, meglio, per acclamazione popolare. «All’inizio mi ero presentato al campo per allenarmi, ero amico del presidente e dell’ex allenatore, e mi sono ritrovato a essere io il tecnico. Senza esser mai stato seduto su una panchina di una squadra di calcio. Ma il solo fatto di essere italiano e giornalista sportivo è stato un mix perfetto. “Guidaci tu, le vinciamo tutte 1-0, lanci lunghi e via”, mi dicevano. In paese tutti, anche i bambini, hanno iniziato a chiamarmi Ancelotti», scherza Alessandro al telefono dalla sua casa, mentre lì fuori nevica e lui si prepara per andare al corso di lingua basca, il difficilissimo euskera.
E “I bambini mi chiamano Ancelotti” è diventato proprio il titolo del suo libro (appena uscito per la casa editrice Urbone): una storia di calcio romantico, semplice e genuino, ma anche di integrazione attraverso il pallone. «Diventare allenatore della squadra è stata un’esperienza che mi è servita ancora di più per entrare a far parte di questa comunità. In paese, che è grande più o meno come il condominio dove vivevo a Milano, perfino le vecchiette alla domenica mi fermano per sapere quanto è finita la partita».
Solo tre match vinti la scorsa stagione e una caterva di gol subiti. «Ma quest’anno sta andando meglio, siamo a metà classifica, quindi ci salviamo». Una squadra dove tutti sono volontari: lui in primis («non prendo un euro, mi guadagno da vivere facendo il consulente di gioco online») e i giocatori, che addirittura pagano per venire tesserati. «Me ne sono andato dall’Italia perché il calcio mi aveva un po’ stufato. Lo sport qui, invece, è vissuto in un’altra maniera: è più rilassato, più vero».
Al Vulcano Alessandro è il factotum: mister, direttore sportivo, accompagnatore e pure un po’ psicologo. «Dalla redazione di un giornale alla panchina, come Vittorio Pozzo», scherza. Mica tanto, forse. Perché a fare il tecnico ormai ci sta prendendo gusto. Schema preferito il 3-5-2, «anche se ogni volta, con i pochi giocatori che ho a disposizione, devo fare i miracoli e inventarmi una formazione diversa».
A Otxandio il calcio, e lo sport, vuol dire anche impegno sociale. «Dopo il terremoto del 24 agosto, organizzammo una amatriciana solidale in piazza. Cucinai io per tutti. Ci misi la pancetta al posto del guanciale, ma non se ne accorse nessuno. Raccogliemmo più di 500 euro. Mi scrisse pure il sindaco Pirozzi: “un giorno organizzeremo un’amichevole tra il Vulcano e l’Amatrice”, mi disse. Sarebbe bellissimo».
Intanto tutti in paese si godono il loro allenatore italiano. «Anche i bambini ormai mi chiamano Ancelotti. Manco avessi vinto tre Champions come Carletto».