la Repubblica, 8 maggio 2017
Ulisse e l’Apocalisse. Viaggio al termine della notte di questo nostro tempo
Lo insegnava Marie Curie, tra un premio Nobel e una radiografia. «Nella vita niente deve essere temuto, ma solo capito. È tempo di capire di più, in modo da temere di meno». E allora, se davvero volete trovare un bandolo nel “bordello cosmico” in cui l’umanità sta scivolando, non vi dovete perdere l’ultimo saggio di Thomas Friedman, uno dei più premiati e celebrati opinionisti d’America. Il suo Grazie per essere arrivato tardi è un’avvincente e sorprendente Odissea contemporanea tra le mostruose “leve” che stanno muovendo la Storia e rivoluzionando la nostra vita. Le tecnologie, la globalizzazione, i cambiamenti climatici.
Come Ulisse, Friedman le affronta con la curiosità intellettuale e la passione civile che rendono il giornalismo ancora degno di essere vissuto come una “missione”. «La nostra democrazia può funzionare solo se gli elettori capiscono come funziona il mondo, per poter compiere scelte consapevoli ed evitare le trappole di demagoghi, estremisti e complottisti...». Provate a dargli torto, in questo tempo triste. Confuso tra un Trump e una Le Pen, sospeso tra mercatismi e populismi. E dunque leggetelo tutto d’un fiato, questo «gigantesco editoriale sulla realtà di oggi».
Il viaggio comincia nel 2007. Cosa diavolo è successo nel 2007? La storia ci ha giocato “il più mancino dei tiri” (direbbe Eddy Berselli). Nello stesso anno in cui si prepara la Recessione Globale, Steve Jobs sale sul palco del Moscone Center di San Francisco e mostra al mondo il primo iPhone. Hadoop rende i Big Data accessibili a tutti. Facebook apre le sue porte a chiunque abbia più di tredici anni e un indirizzo mail. Amazon lancia l’e-Book su Kindle. Google compra YouTube e mette in circolo Android. Twitter diventa piattaforma autonoma. Due ragazzi, con cento dollari in tasca, inventano Airbnb in un appartamento della West Coast.
Mentre la Grande Crisi comincia a mandare in frantumi la legge morale dentro di noi, una pazzesca Supernova si accende nel cielo stellato sopra di noi. Da quel momento nulla è più come prima. Comincia «l’Epoca delle Accelerazioni», che investe allo stesso modo la Tecnica, il Mercato e Madre Natura. Un tempo entusiasmante ma inquietante, perché maledettamente veloce. Se i progressi scientifici del periodo 2007-2014 si applicassero alla mitica “Beetle” prodotta dalla Volkswagen nel 1938, oggi il Maggiolone viaggerebbe a 450mila chilometri l’ora, farebbe 800mila chilometri con un litro di benzina, e costerebbe 4 centesimi, ovviamente “chiavi in mano”.
Cambiamenti complicati, anche solo da raccontare. Figuratevi da vivere. Nel 2001 mappare un genoma costava 100 milioni di dollari, ora Veritas Genetics sta per lanciare un programma che ne costerà solo mille. Per organizzare tutta l’informazione del mondo Google archivierà e renderà accessibili tutti i suoi dati in “exabyte”, un’unità di misura che equivale (tenetevi forte) al seguente sproposito di byte: 1.000.000.000.000.000.000. A Chattanooga, in Tennessee, dove esiste il servizio internet più veloce del mondo, il “tempo di latenza” della nuova rete in fibra va verso i 67 millisecondi: vuol dire che per far viaggiare segnali testo-audio-video per migliaia di chilometri ci vuole un quarto di un battito di ciglia. E siamo solo a metà del potenziale.
Produrremo macchine, robot, telefoni, orologi, software e computer sempre più pensanti. Saranno “intelligenti” gli idranti e i bidoni della spazzatura (i sensori avvertono i pompieri sulla pressione dell’acqua e i netturbini sul livello dei rifiuti). Saranno “intelligenti” le mucche, che iniziano a produrre molto più latte da quando Fujitsu le monitora via web, per sapere quando sono in calore, quando vanno inseminate, in che momento è più probabile che concepiscano un’altra femmina. Stiamo dentro il Cloud, la nuvola, “internet delle cose”, con 10 miliardi di oggetti già “connessi”. Ma se pensate di essere arrivati non avete capito niente: è solo l’uno per cento del totale possibile.
Mentre Supernova dispiega la sua potenza, insieme creatrice e distruttrice, Madre Natura non sta a guardare. Ulisse-Friedman gira il mondo, e va a caccia “dell’elefante nero” (cioè la somma del cigno nero, l’evento rarissimo, e dell’elefante nella stanza, il problema evidente). Ne trova uno in Iran sud-occidentale, dove nel luglio 2015 la colonnina di mercurio sfiora i 73 gradi centigradi. Ne trova un altro in Groenlandia, che perde 287 miliardi di tonnellate di ghiaccio all’anno. Anche il pianeta è in preda a un’accelerazione folle. La concentrazione di Co2 nell’atmosfera è del 35 per cento superiore al suo picco negli ultimi 800mila anni. Il livello dei mari è il più alto negli ultimi 115mila anni. Aggiungete la bomba demografica (2 miliardi in più di persone di qui al 2050) e quella islamica (gli stati-canaglia e i terroristi), e il Giardino dell’Eden diventa il Mondo del Disordine.
Quasi al termine dell’Odissea, anche per Friedman arriva la domanda capitale: è possibile rimettere ordine in questo caos, dove la paura sembra soverchiare la speranza, e dove noi il lavoro ce lo dovevamo cercare mentre i nostri figli se lo devono “inventare”? Da bravo yankee, illuminista e progressista, il columnist del New York Times pensa positivo. La civiltà in grado di sopravvivere, secondo Friedman, è quella capace di adattarsi all’ambiente fisico, sociale, politico, morale e spirituale in cui si trova, producendo «resilienza e propulsione».
Un compito immane per le classi dirigenti, se ancora esistessero. Friedman propone un manifesto in 18 punti delle cose che farebbe (e non farà) un partito che adottasse come slogan “Un futuro che funzioni per tutti”. Da «un sistema sanitario pubblico universale» finanziato con un’imposta sui consumi (mentre Trump ha appena fatto votare al Congresso la fine dell’Obamacare) alla costruzione di «un muro molto alto con un cancello molto largo» per regolare l’ingresso dei migranti perché «un flusso costante di regolari è uno dei nostri maggiori vantaggi competitivi» (mentre Trump pensa solo al muro e se ne frega del cancello).
Contro i profeti dell’apocalisse, Friedman predica ottimismo (forse troppo, anche per chi condivide l’ineluttabilità della sfida). Non possiamo sottrarci alle accelerazioni, dobbiamo immergerci in esse, trarre vantaggio dalla loro energia, sfruttarle per imparare e progettare più in fretta. Dobbiamo trovare “l’occhio del ciclone” che ci circonda, traendone l’energia che ci serve e «creando un rifugio stabile al suo interno». In questa ricerca abbiamo bisogno della virtù più rara, in questo momento di entropia universale: la fiducia, «l’unico doping legale» ammesso nel gioco a somma zero dello sviluppo disuguale.
Una bella immagine, che Friedman pennella tornando quarant’anni dopo nel luogo ideale, dove per lui tutto è cominciato. A Saint Louis Park, Minnesota, ancora oggi un’enclave miracolosa dove convivono le imprese più innovative e gli standard di qualità della vita più alti d’America, il senso di comunità e di civiltà, l’integrazione razziale e culturale. Come Ulisse che infine approda nella sua Itaca, anche il viaggio di Friedman si conclude con un ritorno casa. In teoria (e sottolineo in teoria) sempre un buon posto dove stare, e da cui ricominciare. Un posto dov’è ancora possibile che la moglie di un amico d’infanzia, appena rientrata a casa dopo un incidente d’auto a Minneapolis, racconti l’avventura con queste parole: «Ero così furiosa con l’altro automobilista che a momenti mi buttava fuori strada, che sono stata lì lì per suonare il clacson!» Leggendo, mi sono immaginato la stessa scena all’ora di punta, sulla superstrada Monza-Lecco, sul raccordo anulare di Roma o sulla tangenziale di Napoli. Ho subito avvertito un’eco: minacce familiari, rassicuranti fragori di crick sul parabrezza. Ho chiuso il libro, finalmente sereno. E anch’io ho pensato: casa, dolce casa...