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 2017  maggio 08 Lunedì calendario

Adriano Tilgher. Né con Croce né con Gentile: la vita agra di un filosofo anarchico

Fu nel bel mezzo degli anni Venti che Adriano Tilgher – filosofo acrobata e lanciatore di polemici coltelli – capì a proprie spese che il successo non ha nulla di stabile né di duraturo. Comprese, insomma, quanto fosse rischioso mettersi contro la cultura fascista e in particolare opporsi a un pezzo da novanta come Giovanni Gentile. A quanto pare furono le pressioni di quest’ultimo a costringere Tilgher ad andarsene dalla direzione della Biblioteca Alessandrina. Non smentendo la sua vena irruenta – in una sorta di dialettica fra rancore e vendetta – Tilgher crocifisse il filosofo dell’attualismo con un ironico pamphlet: Lo spaccio del bestione trionfante.
Era nato nel 1887 a Resina, l’odierna Ercolano. Un padre vetraio, di origini tedesche, una madre valdostana e un po’ francese gli faciliteranno lo studio delle lingue. Si laureò in Giurisprudenza a Napoli, finendo fatalmente nell’alveo del pensiero crociano. Dal quale ben presto si separò, nonostante gli apprezzamenti di Croce che guardava al giovane come a un promessa da realizzare più nell’ambito degli studi storici che non in quelli teoretici.
Duttile, brillante, impulsivo Tilgher si sottrasse al morso crociano, il cui sistema gli apparve prevedibile e condizionato da uno schema in cui alla fine l’autonomia dell’individuo veniva sacrificata in nome dello Spirito. Può l’uomo essere solo uno strumento nelle mani dello spirito universale? Si chiese dubbioso in un articolo che aveva tutta l’aria di essere una resa dei conti con Croce. Queste poche pagine le ritroviamo oggi in Filosofi moderni (edito da Atlantide, la stessa casa editrice aveva pubblicato l’anno scorso Filosofi antichi), una libera e meritoria raccolta di saggi che ci offre il punto di vista di Tilgher sul pensiero contemporaneo. Le letture di Schopenhauer e Leopardi, di Nietzsche e Bergson, di Simmel e Freud ne fanno un pensatore antisistematico, attratto dalla vita magmatica, dall’idea che non esista un Io saldo e pienamente realizzato, bensì qualcosa di più vitale, provvisorio, sfuggente.
Contro gli estimatori dello Storicismo e del celebrato Progresso, in linea con le filosofie della crisi degli anni Venti e Trenta, relativizza lo sguardo dell’uomo sul mondo: «Noi, uomini del Novecento, siamo giunti ormai alla chiara coscienza che di morali, di vie alla gioia, non ce ne è una sola, ce ne sono parecchie, a seconda che questa o quella delle potenze dell’uomo prenda in lui il sopravvento e plasmi tutta la sua vita», scrive in Filosofi moderni.
Fondamentale è l’incontro con il teatro di Pirandello. Chi meglio del grande drammaturgo ha saputo diagnosticare la fine delle certezze, il disperdersi dei valori e con essi dell’identità stessa dell’uomo borghese? Tilgher costeggia l’irrazionale, ma lo fa senza alcun intento apologetico. Sa che la vita non può fare a meno della forma e che questa muta sotto il prorompere caotico dell’esistenza. Si staglia così il confronto tragico tra apollineo e dionisiaco. Che ritroverà nella lettura di Miguel de Unamumo, nello “slancio vitale” di Bergson, nel conflitto tra Persuasione e Rettorica messo a punto da Carlo Michelstaedter. La posizione di Tilgher è solo in parte riconducibile alla più generale crisi dell’uomo novecentesco stretto tra due eventi eclatanti: la fine della prima guerra mondiale, che ridisegna il quadro internazionale e apre ai totalitarismi; il ruolo sempre più importante della scienza e della tecnica. Su entrambi i punti assume una posizione che non è identificabile pienamente con le correnti irrazionalistiche che in quegli anni attraversano l’Europa e l’Italia in particolare. Quanto alla tecnica è interessante il confronto con la religione. Da un lato, c’è opposizione: la tecnica, dice Tilgher, è di sua natura futuristica, antitradizionalista, universalistica, mentre le religioni esaltano il passato e le tradizioni storiche. Dall’altro, la stessa tecnica può diventare una religione, un fanatismo. E conclude: «Forse i nostri figli o nipoti vedranno una guerra di religione tra la Tecnica, da una parte, e quegli altri dèi, dall’altra». Una guerra tra “soggetti” che non vogliono (o non possono) più essere strumenti (nel caso della religione nelle mani di Dio; in quello della tecnica nelle mani dell’uomo) bensì essi stessi finalità. Sembra di leggere Heidegger. In realtà, Tilgher non sembra affatto entusiasta del filosofo tedesco, le cui analisi gli sembrano un puro gioco di parole. Al suo linguaggio oscuro preferisce le più recenti e complicate teorie scientifiche.
Va in questa direzione il ritratto filosofico di Einstein il cui apporto, grazie alla teoria della relatività, è nell’aver introdotto il soggettivismo nella scienza. Per cui il punto di vista dell’osservatore è importante quanto quello del contesto osservato: nessuna realtà fisica, nota Tilgher, è dotata di un’essenza assoluta. Accostare, come lui fa, relatività einsteiniana e relativismo può apparire un modo ingenuo di culturalizzare una delle più rivoluzionarie teorie scientifiche del 900. In realtà a Tilgher interessa cogliere l’azione profonda dello spirito del tempo, il modo in cui la stessa forza vitale agisce su tutti i grandi fenomeni culturali, siano essi scientifici, letterari, filosofici o politici. Avendo letto per primo in Italia Oswald Spengler, può scrivere che “le civiltà avanzano nel tempo con un movimento unico e indiviso”.
Sono numerosi gli spunti, alcuni contraddittori, che questa figura poliedrica disseminerà nel corso della sua vita. L’oblio sopravvenuto dopo la sua morte, in larga parte è dipeso dall’accusa di essere stato un intellettuale fascista. Un lungo scambio di lettere con Julius Evola, l’apprezzamento di Mussolini per certe sue opere (ne recensì sul Popolo una esaltando quel misto di relativismo e attivismo in cui il fascismo almeno alle sue origini come movimento rivoluzionario si riconosceva).
In realtà più variegato fu l’atteggiamento di Tilgher davanti alla politica. Giornalista e amico di Mario Missiroli, collaborò alla Stampa (grazie all’interessamento di Frassati) e fino al 1926 (quando la rivista traumaticamente chiuse) al Mondo diretto da Giovanni Amendola. Firmò il manifesto degli intellettuali antifascisti, Scrisse su la Rivoluzione Liberale di Gobetti e su Quarto Stato diretta da Carlo Rosselli. Lo stesso Gramsci si interessò alle sue tesi filosofiche.
Non si può malgrado tutto questo definire Tilgher un intellettuale che contrastò il fascismo. Ma neppure che lo favorì ideologicamente. La rottura con Evola, col quale intrattenne un lungo carteggio, fu definitiva; quella con il regime passò attraverso umiliazioni e censure. Fu un pensatore mobile incapace di adeguarsi alle due grandi stelle dell’idealismo: Croce e Gentile. Negli ultimi anni della sua vita trovò l’affetto in due personaggi che più diversi non possono essere: lo scrittore cristiano e mistico Ernesto Buonaiuti e il matematico Bruno De Finetti. Quest’ultimo, uno dei più grandi studiosi del calcolo delle probabilità, restò colpito dagli interessi epistemologici di Tilgher e dall’apertura al pragmatismo americano, apprezzando l’idea che la scienza richieda un forte investimento soggettivo. Più intimo fu il rapporto con Buonaiuti cui lo legò una lunga e duratura amicizia. Quest’ultimo pronunciò al funerale poche e intense parole sull’amico scomparso il 3 novembre del 1941. Da pochi mesi L’Italia era in guerra.
Nelle riflessioni riportate sul Diario politico Tilgher registrava i disastrosi effetti del totalitarismo che i tiranni avevano provocato. Nessun compiacimento vitalistico avrebbe potuto giustificare l’imminenza di una catastrofe prevista.