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 2017  maggio 08 Lunedì calendario

«I nostri 3 anni con Boko Haram». L’incubo finito delle 82 ragazze

ABUYA «Magre, molto magre». Ce n’è una con la gamba amputata per un bombardamento dell’esercito nigeriano, un’altra ha la mano monca, persa per un’infezione durante la prigionia, una terza viene vista mano nella mano con una bimba di due anni, nata forse nella foresta di Sambisa, la foresta degli orrori jihadisti. Le immagini le riprendono di spalle, le gonne colorate, la maglietta della Croce Rossa, mentre salgono in fila sul veicolo militare che le porta via dall’inferno. Qui, all’aeroporto di Abuja, le 82 ragazze liberate dai carcerieri di Boko Haram vengono accolte dal capo dello staff del vecchio presidente nigeriano Buhari. Un presidente malato, sparito da mesi, non sarà in grado di riceverle. Dicono che abbia lasciato il Paese per un’ultima, disperata terapia.
Un’enorme ondata di gioia, familiari che hanno atteso più di tre anni per rivedere le loro creature inghiottite in un pomeriggio di aprile nel dormitorio della scuola di Chibok, unica colpa agli occhi dei barbari voler studiare, emanciparsi. Boko Haram è una locuzione hausa che vuol dire proprio questo: «L’istruzione occidentale è proibita». Mani di padri, madri, sorelle, che si stringono, volti stravolti, la fine di un incubo. Laura Boldrini, presidente della Camera, in missione istituzionale proprio in Nigeria, commenta: «È una cosa bellissima, inattesa, una grande soddisfazione. Non bisogna mollare. Ci sono altre ragazze ancora nelle mani dei terroristi. Dobbiamo unire gli sforzi e aiutare i Paesi come la Nigeria che combattono il terrorismo. I metodi di questi criminali sono agghiaccianti, odiano le donne, la vita, la libertà».
Le hanno prelevate quelli della Croce Rossa Internazionale, infilate in nove van nel buio caldo di Banki, ai confini del Camerun, in quella terra del Borno dove Boko Haram spadroneggia. Poi trasportate da sei elicotteri militari fino a Maiduguri, la capitale dello Stato. «Magre, molto magre». Le prime immagini le ritraggono accasciate all’aeroporto, rifocillate con acqua e succhi di frutta. Operazione concertata: trattativa del governo nigeriano con i terroristi, mediatori la Croce Rossa Internazionale e il governo svizzero. 82 ragazze contro non si sa quanti «sospetti» di terrorismo che erano nella galere nigeriane. Il presidente Buhari in persona aveva promesso pochi mesi fa: «Il dialogo continua, le riporteremo a casa». Ma c’era chi aveva perso la speranza dopo aver sentito invece le dichiarazioni di un ufficiale dell’esercito: «Ci vorranno anni per venirne fuori», aveva detto. E allora due di quelle madri di Chibok si erano messe per terra, ad Abuja, davanti ai soldati: «Non ce ne andremo di qui, vogliamo parlare con il presidente». Chissà se fra le ragazze liberate ci sono le loro figlie, ragazzine «colpevoli» solo di voler studiare. Ne mancano all’appello 113 secondo il Comitato Bringbackourgirls, nato all’indomani del rapimento, testimonial Michelle Obama e Malala.
Una sfida, quella con il terrorismo, che è tutt’altro che vinta. Parti del Paese, a Nord, sono ancora saldamente nelle mani di Boko Haram e del suo timoniere Abubakar Shekau. Oltre due milioni di persone, molti cristiani, sono state finora costrette a fuggire con migrazioni interne in condizioni disumane. Le 82 ragazze riaffiorano alla vita ma in un contesto molto difficile. È già successo con le altre vittime tornate: a volte rifiutate dalla famiglia, dal villaggio. Laggiù nella foresta di Sambisa, la più antica della Nigeria, intrico di radici e acquitrini, si è comunque spezzato un sogno. Le ragazzine di Chibok, quelle ancora lì, quelle che ne sono uscite vive, sono state torturate, stuprate, cedute ai loro carcerieri. Tanti nomi, Rabi, Talatu, Mairo, tante storie. Una di loro ha descritto l’inferno (nel libro “Verità rubate” di Viviana Mazza e Adaobi Nwaubani): «L’aria intorno a me vibra di singhiozzi e pianti, ma ho esaurito le lacrime. Non resta che una goccia dentro di me per lavare via il dolore e diluire il lutto».
Dice ancora Laura Boldrini: «Possiamo solo immaginare quello che avranno subito in tutto questo tempo». Le hanno ospitate nelle baracche dell’esercito, medicate, rifocillate, fatte salire sugli elicotteri militari. Vorranno adesso interrogarle, verificare che non si siano radicalizzate. Amnesty già ammonisce il governo: «Non deve tenerle ma restituirle subito alle famiglie».