la Repubblica, 8 maggio 2017
Emmanuel il re bambino che farà dell’Eliseo una startup
“Oggetto politico non identificato”, «Bonaparte», «pallone d’oro», «Obama», «piccola Ferrari»… I commentatori non sanno più quale metafora inventare per cercare di inquadrare il fenomeno Macron. Uno racconta del suo «colpo di fulmine istantaneo», l’altro descrive l’impressione di aver conosciuto un personaggio «a metà strada tra Pierre Mendès France e Antonin Artaud (!), la cui vittoria è quasi un evento poetico». Un terzo ancora aggiunge che il destino di Macron è quello «dello statista riconciliatore», che egli è dello stesso calibro di un «Enrico IV o di Bonaparte nella fase del Direttorio». «Affascina come Obama nel 2008». Sembra quasi di sentir parlare Bouvard e Pécuchet. Con Sarkozy i media si scelsero un soggetto di conversazione. Con Hollande un soggetto di demoralizzazione. Con Macron eccoci davanti a un oggetto di venerazione. Macron Primo, Macron il magnifico. Retroazione monarchica in piena Quinta Repubblica.
Il neoeletto non ha dichiarato forse ai giornalisti che gli rivolgevano domande sul suo programma che «è un errore pensare che il programma sia il cuore di una campagna elettorale... La politica è qualcosa di mistico, è stile, è magia… Come si acquista potere carismatico? Con un insieme di cose affascinanti e di cose intellettuali»?
La credibilità di un uomo politico è ancorata a due scale di valori: la fiducia dell’opinione pubblica misurata dai sondaggi e la solvibilità del debito fissata dalle agenzie di rating. Come soddisfare le agenzie di rating, che decidono il costo del debito, senza deludere le aspettative degli elettori che ti affidano il potere? Questa è la maratona peculiare che corre l’homo politicus neoliberale: la maratona delle promesse sospese. Deve promettere il cambiamento, sapendo benissimo di non poter cambiare granché a causa dei mercati finanziari, della globalizzazione neoliberale, della costruzione europea. Deve essere e rimanere una promessa, se intende conservare il potere, proprio quando l’esercizio del potere lo condanna a non mantenere la promessa.
Come restare una promessa, una volta al potere? Questo è il dilemma dello startupper politico, si chiami egli Renzi, Trump o Macron. Deve continuare a fare campagna elettorale. Restare una promessa di cambiamento. Deve dire alla gente che questo paese è magnifico, ricco di talenti e risorse immense, ma pieno di sbarramenti e chiavistelli. Per liberare la gioventù, l’energia, l’innovazione, la crescita sarebbe sufficiente farli saltare tutti. Ecco giustificata la retorica del “chiavistello”. Occorre dunque trovare di continuo nuovi chiavistelli da far saltare. Incarnare il cambiamento.
Il suo libro-programma si intitola modestamente “Rivoluzione”. E durante la sua campagna per il cambiamento non ha mai smesso di invitare a un «rinnovamento dei volti e delle pratiche politiche». Malgrado ciò, ha ricevuto il sostegno di tutto l’organico politico degli ultimi tre quinquennati. Ex ministri di Jacques Chirac, gerarchi socialisti, ex ministri di François Hollande, personaggi mediatici come Bernard Kouchner o Bernard-Henri Levy, e perfino l’icona sempre più vecchia del Maggio ‘68, Daniel Cohn-Bendit. I media hanno creduto di vedere in questo una contraddizione, ma ciò significa fraintendere la natura della rivoluzione macroniana. Macron è un buco nero. Macron ha scavato un buco nero nel quale la classe politica si è riversata. Non è un demolitore come Renzi, è una lavatrice. Ha lavato e sbiancato tutto l’organico politico screditato. La start-up Macron ha ricomprato al ribasso le vecchie glorie degli ultimi tre quinquennati e li ha fatti sparire sotto la bandiera del Rinnovamento. Ha sbiancato la funzione presidenziale e le sue cerchie di fedeli. Nello stesso esatto modo col quale il marketing si comporta con i brand che invecchiano. Si tratta di un processo alchemico complesso, che consiste nel fondere il racconto originario del brand e i segni del passato in una nuova rappresentazione simbolica. Farla finita con il discredito per ritornare a essere una promessa. Ecco il vero significato del “rebranding” della funzione presidenziale operato da Macron. Da padre della Nazione a re bambino. Da monarca a performer. Dalla funzione presidenziale alla fiction presidenziale. Dallo Stato alla Start-up. Con “En Marche” Emmanuel Macron ha polverizzato il sistema dei partiti e ha conquistato lo Stato. Ha fatto mutare la cultura politica francese sottomettendola alle regole e alle leggi del neoliberalismo.
(Traduzione di Anna Bissanti)