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 2017  maggio 07 Domenica calendario

Maria Teresa

Giovane, inesperta, forse disorientata; possiamo immaginare così l’arciduchessa Maria Teresa il 29 ottobre 1740, quando alla morte improvvisa dell’imperatore d’Austria Carlo VI si trova a reggere da sola l’insieme dei domini asburgici. Ad appena 23 anni – è nata il 13 maggio 1717, esattamente trecento anni fa – arriva a quell’incarico contro tutte le attese del padre, che fino all’ultimo ha coltivato il desiderio di un erede maschio. Educata secondo i tipici programmi delle scuole gesuitiche (storia, lingue straniere, musica, equitazione), Maria Teresa non ha alcuna esperienza degli affari di Stato; per di più, Carlo si è ostinato a escluderla da tutti i consigli di governo, dove invece siede occasionalmente suo marito, il duca Francesco Stefano di Lorena.
La transizione è dunque piena d’incognite. Il padre le ha lasciato un edificio territoriale enorme, ma frammentato e disomogeneo. Ai blocchi tradizionali degli arciducati austriaci, e dei regni di Boemia, Ungheria e Croazia, si sono aggiunti a inizio Settecento gli ex Paesi Bassi spagnoli e la Lombardia. Trieste, Fiume, Anversa, hanno dato agli Asburgo un’inedita fisionomia di potenza marittima, slegandola, almeno per un po’, dalla gravitazione verso le province danubiane. Attorno al tentativo di collocare la monarchia dentro le rotte del capitalismo commerciale, Carlo VI ha costruito molti dei suoi disegni di espansione dinastica: è una deviazione avventurosa dal destino centro-orientale degli Asburgo che tuttavia si disfa presto.
Nell’autunno del 1740 Maria Teresa deve fare i conti con una seconda fonte di debolezza: la legittimità del suo potere sui cosiddetti territori ereditari non è in discussione, mentre le è vietato aspirare, in quanto donna, al titolo di imperatore germanico. Proprio l’impossibilità di divenire «imperatrice» tedesca innesca il conflitto tra gli Asburgo e il resto dei principi imperiali; in particolare, il più insidioso di tutti, quello con gli Hohenzollern di Prussia, fino a pochi decenni prima considerati i «cugini poveri» di Vienna, ma ora determinati a divenire la prima dinastia della Germania.
Austria e Prussia sono spinte a combattersi dalle loro ambizioni. Berlino sfrutta i primi mesi del governo teresiano per aggregare un vasto fronte di prìncipi tedeschi ostili agli Asburgo, che riuscirà due anni dopo, nel 1742, a eleggere imperatore l’arciduca di Baviera Carlo Alberto; contemporaneamente, sulla base di alcune discutibili pretese ereditarie, la Prussia occupa militarmente nel dicembre 1740 la regione austriaca della Slesia. La competizione perduta per il titolo imperiale e l’umiliante sconfitta in Slesia segnano l’avvio di quel dualismo austro-prussiano che accompagnerà la storia tedesca fino alla guerra civile del 1866; su un altro piano, più personale, sono anche l’inizio del contrasto tra la giovane regina austriaca e il suo quasi coetaneo Federico II di Prussia (detto il Grande), un contrasto diplomatico reale, ma col passare del tempo sempre più immaginato come un’antipatia in cui si riversano due stili di governo e due visioni del mondo.
Per qualche anno la spregiudicatezza bellica di Federico II sembra avere la meglio sull’inesperienza di Maria Teresa. Ma capita che in certi temperamenti la preparazione intellettuale e l’abilità politica abbiano scarsi rapporti tra loro. Poco alla volta la regina, grazie ai sussidi finanziari britannici e alle accorte trattative condotte con la nobiltà ungherese, ribalta il corso della guerra. Nel 1745 l’armistizio di Dresda ferma di fatto le ostilità e quando, nello stesso anno, muore inaspettatamente Carlo Alberto di Baviera, gli Asburgo hanno recuperato in Germania il prestigio sufficiente a far convergere i voti dei prìncipi su Francesco Stefano, il marito di Maria Teresa, eletto imperatore senza troppe difficoltà a ottobre.
Ci sono pochi dubbi sul fatto che ogni spiegazione del recupero austriaco riconduca alla figura della sovrana. Pragmatismo, velocità di analisi, intuito nel cogliere le qualità migliori delle persone, le consentono di uscire dalla guerra nel 1748 e di avviare subito dopo un vasto ciclo di riforme interne. Le condizione di partenza sono state messe a nudo impietosamente dal confronto con la Prussia; pertanto Maria Teresa s’impegna in un radicale aggiornamento delle istituzioni monarchiche. Il progetto di svecchiare l’Austria, tuttavia, non è un semplice esercizio d’autorità, ma appartiene a una temperie culturale diffusa, fatta di uomini di lettere, funzionari, ecclesiastici, che rivelano una sensibilità analoga a quella della regina. Dentro le province italiane, tra le più ricche della monarchia, ma anche politicamente tra le più conservatrici, una generazione di giovani e inquieti «spiriti filosofici» abbraccia il disegno riformatore. «Per quello che so io della storia nazionale, in questi dieci anni si è mutato più e più smosso che non fu fatto dal principio del regno di Carlo V sino al 1750», scriverà con ammirazione nel 1772 il milanese Pietro Verri.
Gli anni Sessanta e Settanta, prima della nomina sofferta a coreggente del figlio Giuseppe II (imperatore dal 1765), sono il periodo migliore del suo governo. Il secondo, inutile, conflitto combattuto per riottenere la Slesia dal 1756 al 1763, la guerra dei Sette anni, non getta un’ombra sul suo prestigio. Nemmeno la scomparsa dell’amatissimo marito la distrae dal compito di educare i dieci figli con l’analoga durezza con cui amministra i territori. Per certi versi – come ci ricorda la biografia ora pubblicata da Barbara Stollberg-Rilinger – Maria Teresa, scomparsa nel 1780, incarna il principio illuministico che la «ragione non ha sesso» e che quindi, una volta ascese al trono, le principesse smettono semplicemente di essere donne. Al contrario però, Maria Teresa sembra voler adattare alcune virtù ritenute tipicamente femminili – l’emozione, lo charme, l’amore materno – all’arte di governo. Le tante raffigurazioni nei panni di una donna-regina prolifica e felice ci avvisano della cura con cui l’iconografia asburgica ama metterla già allora di fronte al suo opposto maschile, il freddo, solitario e sterile Federico II.
Questo contrasto giocato sulla differenze di genere fu un’invenzione settecentesca. Venne dimenticato a lungo per poi ritornare d’attualità nel secolo successivo, dopo la nuova pesante sconfitta subita dagli austriaci contro i prussiani nella guerra del 1866. Da allora la leggenda della Magna Mater Austriae costituisce una parte decisiva della «storia monumentale» austriaca, monumentale nel senso con cui Friedrich Nietzsche parlava di quelle scritture che mettono il passato al servizio delle speranze e delle attese del presente: storie scritte per sfuggire alla rassegnazione.