La Lettura, 7 maggio 2017
Nespolo fa il cartone animato futurista
Che cosa avrebbero fatto futuristi come Marinetti, Balla e Depero se avessero vissuto nel tempo della comunicazione di massa e del web? Ne siamo certi: si sarebbero divertiti a sperimentare con i «nostri» media. Un po’ come continua a fare da anni uno dei loro ultimi epigoni, Ugo Nespolo, amico di Alighiero Boetti, tra i protagonisti della Pop Art italiana. Pittore, cineasta e, ora, creatore di un cartone animato trasmesso in queste settimane dal canale per bambini Rai YoYo. Ne sono protagonisti due gemelli, Yo e Yo. Hanno temperamenti diversi: Yo (lui) è timido, prudente e riflette prima di agire; Yo (lei) è espansiva, impulsiva e agisce prima di riflettere. Nella loro vita quotidiana e nei loro viaggi, accompagnati dal cane Ragoo, i due personaggi hanno comportamenti antitetici. E, tuttavia, nei momenti più critici, le loro menti ritrovano una misteriosa sintonia: ogni volta, con sorpresa, Yo e Yo riscoprono che due teste ragionano meglio di una.
Facendo zapping, molti avranno considerato Yo e Yo come un cartoon da accostare a Masha e Orso o Peppa Pig. Si tratta, invece, di una piccola opera d’arte per la tv, realizzata da un artista come Nespolo. Il quale ha collaborato con l’autore della serie (Robin Lyons), con i registi (Stefania Gallo e Ernesto Paganoni) e con un team di sceneggiatori italiani e irlandesi: ha curato il design di Yo e Yo e ha inventato i vari mondi fantastici all’interno dei quali i due piccoli eroi si muovono.
Un divertissement ? Non solo. Siamo dinanzi a un esercizio di «avanguardia di massa» (per riprendere una categoria critica cara a Maurizio Calvesi) che dimostra la forza «postuma» delle avanguardie primonovecentesche. Si pensi al Futurismo. Che ha sempre voluto essere in avanti e oltre, provando a disegnare possibili scenari futuri. Ma ha potuto affermarsi compiutamente solo dopo aver concluso la propria parabola storica. Accade così che principi estetici intuiti con slancio visionario, tra gli altri, da Marinetti, Boccioni, Balla, Depero, Sant’Elia e Russolo siano stati assunti e rilanciati tanti anni dopo da eredi più o meno indiretti: in ambito architettonico (Gehry, Zaha Hadid), musicale (Cage, Luigi Nono, Pink Floyd), stilistico (Biagiotti), oggettuale (Sottsass, Pesce).
In questa cartografia post-futurista un posto di rilievo è occupato proprio da Nespolo. Che, sorretto da un talento intermediale, richiamandosi alla lezione del gruppo dei «marinettiani», ama misurarsi con pratiche e linguaggi diversi, che mescola, ibrida e confonde. Per farlo, assegna una decisiva centralità alla dimensione ludica. In particolare, si riferisce a Palazzeschi, che aveva celebrato il controdolore : «E lasciatemi divertire!». E a Balla e Depero, i quali, nella Ricostruzione futurista dell’universo (1915), avevano elogiato «complessi plastici» capaci di abituare il bambino «a ridere apertissimamente; all’elasticità massima (…); a tendere infinitamente e ad agilizzare la sensibilità». Balla e Depero scrivono: «Il giocattolo futurista sarà utilissimo anche all’adulto, poiché lo manterrà giovane, agile, festante, disinvolto, pronto a tutto, instancabile, istintivo e intuitivo». Questa matrice futurista convive con una profonda attitudine pop. Nespolo predilige una natura inautentica e artificiale: quello che Barthes ha chiamato il «sociale assoluto». Non solo le immagini cartellonistico-popolari e i prodotti industriali di massa (come in Warhol o in Oldenburg) ma soprattutto i capolavori della storia dell’arte. Che, in sintonia con le filosofie della postmodernità, vengono trattati come merci da profanare con impeto grottesco: icone piatte e omogenee; figurine estratte da un museo infinito.
A differenza della maggior parte degli animatori della Pop Art, Nespolo non si è limitato al piano della rappresentazione: ha scelto di entrare dentro il sistema dei media. Da questa esigenza sono nati i suoi film underground. E le sue collaborazioni con la tv: spot pubblicitari, sigle (come quella per Indietro tutta di Arbore). E, adesso, Yo e Yo. Che ha innanzitutto un volere pedagogico: vuole abituare i bambini a porsi in dialogo con un complesso sistema di immagini. Ma va interpretato anche come un’implicita risposta a tante esperienze concettuali di oggi che si rivolgono solo a chi già ne conosce il significato.
Realizzando questo cartoon, Nespolo sembra concretizzare il sogno di Balla e Depero. Dipinge un’opera d’arte davvero per tutti. Senza tradire i principi su cui si fonda la sua ricerca. Una notevole maestria compositiva. Una certa sapienza grafica. Ma anche un’esuberanza neo-barocca; l’inclinazione all’iperbolico e al delirante; il gusto per le ambientazioni sgargianti e per i colori prepotenti, luminosi. E ancora: l’immunità da ogni tentazione psicologica; l’amore per i giochi liberatori; la passione per le sequenze veloci. E, infine, il bisogno di dar vita a un universo allegro, senza inquietudini, dove ogni motivo è risolto in una chiave popolare, infantile, innocente. Per «attirare subito – come ha ricordato Gillo Dorfles – l’attenzione del pubblico, senza eccessive sublimazioni (…) o complicazioni».
Pur talvolta ingabbiato dentro la prigione di uno stile decorativo e kitsch, servendosi di diversi linguaggi, Nespolo – nei suoi quadri ma anche in Yo e Yo – si comporta sempre come un pittore figurativo, intento a elaborare, con istintiva grazia, un festoso e ingannevole realismo; sapiente nel modulare, con ostinato perfezionismo, non narrazioni di eventi, ma affabulazioni di visioni, dense di rinvii alle costruzioni letterarie di Calvino e, appunto, alle iconografie futuriste. Marinetti aveva scritto: «L’arte è un bisogno di distruggersi e di sparpagliarsi. (…) Vitalità dell’arte, questo prolungamento della foresta nelle nostre vene, che si effonde, fuori dal corpo, nell’infinito dello spazio e del tempo». In queste parole è il senso dell’avventura di chi – come Nespolo – ha provato a far rivivere lontane utopie avanguardistiche, svelandone (ancora) la bruciante attualità. Anche con un cartone animato.