La Lettura, 7 maggio 2017
«Di talento, quindi pericoloso». Vita e luce di Arsenij Tarkovskij
Poeta di grande talento, Tarkovskij appartiene a quel Pantheon Nero della poesia russa a cui appartengono anche Achmatova, Gumilëv, Mandel’štam e l’emigrante Chodasevic, e perciò quanto più talento vi è in questi versi tanto più essi sono nocivi e pericolosi». Siamo nella Russia sovietica dell’immediato secondo dopoguerra, e a fare queste valutazioni in una comunicazione per uso interno è un funzionario di partito, che evidentemente di poesia s’intendeva.
Il documento, certo solo per la prima parte, non può infatti che essere pienamente sottoscritto. Il che tuttavia rende ancora più cinico e perverso il meccanismo ideologico sotteso alla censura che ne derivò per il poeta. La costrizione al silenzio, che durava dai primi anni Trenta, fu prolungata, al punto che la sua prima raccolta uscirà soltanto nel 1962. In ogni caso, era vero: Arsenij Tarkovskij è stato un poeta di grande talento, probabilmente il maggiore della generazione di mezzo, da includere pertanto con pieno diritto nel Pantheon della poesia russa del Novecento. Ma esattissima era soprattutto l’indicazione di appartenenza a un certo orientamento di poesia, non solo stilistico, ma etico e comportamentale: Anna Achmatova e Osip Mandel’štam sono stati di fatto il suo riferimento più importante, delle autentiche guide sulla strada della più intransigente integrità poetica. Del resto, la solitudine, il raccoglimento, la capacità di non farsi annullare dalla pressione degli eventi o delle circostanze anche più negative, risultano una costante della vicenda esistenziale e artistica di Tarkovskij, che infatti scelse di vivere molto ritirato anche negli anni di maggiore riconoscimento pubblico.
«Non mi occorrono le date: io ero, e sono, e sarò», scrive. Poeta non della storia ma della vita, non della politica ma dell’energia, meglio ancora dello spirito delle cose, della natura soprattutto, sembra che Tarkovskij abbia investito ogni sua risorsa psichica e intellettuale per trovare la concentrazione, la sensibilità, l’inclinazione dello sguardo più giuste. Tuttavia, contrariamente a quanto si potrebbe forse pensare, custodire la propria identità personale ha significato per lui renderla disponibile e accogliente, porsi come un punto di resistenza, trovare la propria voce, è stato tutt’uno con l’accordarsi a un canto, a un movimento, a una danza molto più vasti. «Sono colui che è vissuto nel proprio tempo/ senza essere sé. Sono il minore della famiglia/ degli uomini e degli uccelli, ho cantato assieme a tutti gli altri,// e non lascerò il banchetto dei viventi», così scrive in un sonetto dedicato proprio alla Achmatova.
Stelle tardive, un’antologia, come recita il sottotitolo, di Versi e prosa molto ben curata e tradotta da Gario Zappi per le edizioni Giometti&Antonello di Macerata, permette ora di entrare in contatto con questo originalissimo poeta (lo stesso Zappi lo aveva tradotto quasi trent’anni fa per Scheiwiller). Una parola che torna spesso nella poesia di Tarkovskij è «anima». Come riconobbe anche suo figlio, il regista Andrej, che tra l’altro inserì più volte poesie del padre nei suoi lavori, si tratta infatti di un poeta estremamente spirituale. E davvero in questi versi ogni presenza, cosa, immagine, sembra possedere una vibrazione interiore: le persone amate (Tarkovskij ha scritto eccellenti poesie d’amore), le donne e gli uomini, la natura, il bosco, la steppa, ma anche le case, gli interni, e poi la terra, che tende a confondersi con l’idea stessa della sua Russia. Una raccolta s’intitola appunto Alla terra ciò che è terreno. Ma è importante notare come la dimensione interiore non risulti affatto evanescente o impalpabile, bensì qualcosa di estremamente concreto, di pesante quasi. Tarkovskij possiede il senso pieno della materia vivente. È proprio questo che ogni volta lo stupisce di più. «Non fare capricci, non minacciare, non toccare,/ non turbare la quiete del bosco sul Volga.// Puoi udire il respiro della vecchia vita:/ funghi viscidi crescono nell’era bagnata,/ i lumaconi li hanno rosi fino al cuore». Le sue immagini, le sue metafore – è qui che il magistero di Mandel’štam si può meglio riconoscere – sono intese a restituire la densità, il radicamento dello spirito nella materia e nel suo continuo divenire, come fossero esse stesse dotate di una loro intrinseca forza d’espansione naturale.
Proprio per questo – è uno dei paradossi della stessa poesia, del resto – nelle liriche, spesso in quartine, di Tarkovskij, l’artificio, il lavoro espressivo, la cura stilistica sono molto grandi, a partire dall’attenzione per le rime, per i sincronismi o le asimmetrie tra verso e sintassi, per l’alternanza tra le movenze discorsive e i materiali linguistici semplici da una parte, e l’intonazione alta, il vigore evocativo (sono numerosi, ad esempio, i riferimenti all’Antico Testamento), i richiami alla tradizione poetica dall’altra. La qualità della poesia, insomma, è intesa anzitutto a onorare un debito verso la vita, verso il «mistero terreno», come anche viene chiamato.
Così nei suoi versi sono poste in gioco questioni decisive, una profondità di radici, un campo ma anche un tempo lungo dello sguardo, resi però non attraverso la distensione ma le accelerazioni, l’intensità. «Studio su un libro di pietra il linguaggio dell’eterno,/ scivolo tra due macine come un chicco di grano nel rotare delle pietre,/ sono per intero già immerso nello spazio a due dimensioni,/ il mulino della vita e della morte m’ha spezzato la spina dorsale»: sono questi gli estremi dell’arco poetico di Tarkovskij, ed è qui che il poeta ha combattuto la sua battaglia, e trovato il suo onore.