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 2017  maggio 07 Domenica calendario

AAA jihad Ingegneri delusi assumonsi

La vulgata mediatica vuole che l’islamismo militante sia composto da ribelli poveri, ignoranti e senza nulla da perdere e invece si scopre che nei gruppi radicali c’è un numero elevato di laureati, in particolare ingegneri. La ricerca è merito di due studiosi, Diego Gambetta e Steffen Hertog, che si sono avventurati lungo la strada di una spiegazione sociologica del reclutamento terrorista ricostruendo/ analizzando in maniera certosina un campione di 497 persone di 35 diverse nazionalità appartenenti a gruppi che professano un qualche tipo di ideologia islamista e perseguono i loro scopi con la violenza.
Ne è nato Ingegneri della jihad (Egea), sottotitolo I sorprendenti legami tra istruzione ed estremismo. Ebbene, il 69% del campione ha ultimato o iniziato studi universitari e quindi i casi conosciuti di attentatori colti come Azahari Husin (strage di Bali) o Ramadan Abdullah Shallah, leader della Jihad islamica palestinese, sono la punta di un iceberg. La conclusione a cui arrivano Gambetta e Hertog è, infatti, che «i radicali islamisti sono molto più istruiti della media dei loro connazionali e gli ingegneri sono sovrarappresentati». Il libro, decisamente originale sia nel percorso di indagine sia nelle conclusioni a cui giunge, colma un vuoto di conoscenza, perché – lamentano gli autori – una gran parte degli studi esistenti si basa su congetture e teorie formate a tavolino ed è afflitta da cliché, dati scarsi e «variamente distorti per il modo con cui sono stati raccolti». Ma, accertata la presenza degli ingegneri, come la si spiega? La risposta che danno Gambetta ed Hertog è che tra tutti gli individui che in un dato momento si fanno avanti per compiere azioni politiche violente le organizzazioni scelgono chi ha più probabilità di successo nell’azione progettata e queste persone si trovano più facilmente tra le élite. Gli ingegneri, poi, sono reclute apprezzate dai gruppi estremisti di tutti i tipi per le loro abilità tecniche, al punto che sono presenti fin dagli albori del moderno islamismo radicale.
Nell’Egitto degli anni Settanta tre dei gruppi (sunniti) a cui viene attribuita la nascita del jihadismo moderno furono creati o guidati da individui di formazione tecnica e il fenomeno si riscontra anche tra gli sciiti e nel governo radicale di Teheran formato nel 2005 da Mahmoud Ahmadinejad c’erano parecchi ingegneri. La domanda successiva però è un’altra: perché gli alti livelli di istruzione si rivolgono ai movimenti radicali e si fanno parte integrante del loro disegno di violenza e distruzione? Per rispondere Gambetta utilizza un concetto prettamente sociologico (la «deprivazione relativa») e chiama in causa una sorta di mancata mobilità nelle società mediorientali. Molti Paesi musulmani, Egitto in testa, a causa della crisi di sviluppo che li ha colpiti, non sono riusciti a prevedere sbocchi di lavoro dignitosi per chi esce dall’università e quindi si può credere «che le ribellioni politiche nascano dalle aspettative frustrate dei più istruiti». Attenzione, gli autori parlano di deprivazione relativa e non assoluta (o povertà), perché reputano che le aspettative disattese di avanzamento sociale siano una motivazione assai più potente della mera indigenza. Caso mai si può allargare il concetto di deprivazione relativa al proprio gruppo e quindi pensare che l’ingegnere jihadista sia portato a entrare nel movimento anche dalla convinzione che il suo ceto sia stato defraudato da altri gruppi sociali o addirittura da potenze straniere.