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 2017  maggio 07 Domenica calendario

La testa dell’islam adolescente

Dice Dunia del marito jihadista Ahmed: «Non ha paura della morte né di andare in prigione. Si sente un superuomo». È il cosiddetto «supermusulmano» il protagonista della violenza islamista, un individuo che ha sperimentato il fallimento, si è pentito del proprio passato e si dedica ormai alla purificazione, ossessionato dall’obbligo di essere sempre più musulmano. È questa la tesi di Fethi Benslama ( Un furioso desiderio di sacrificio. Il supermusulmano, Raffaello Cortina Editore).
Lo psicologo clinico tunisino, professore all’Università Paris-Diderot, ha maturato la sua tesi in anni di pratica clinica nella periferia parigina, a contatto con giovani che confessavano il sentimento di «essere uno scarto», di avere «un difetto di fabbricazione», e l’approdo all’odio; come disse uno di loro: «Amo odiare, mi dà tanta forza».
Benslama non assolutizza il fattore psicologico, prende le distanze da chi ritiene patologica la fede religiosa in quanto tale e mette in guardia contro il rischio che lo svelamento dei processi psichici del terrorista conduca alla «compiacenza» verso le sue azioni. Lo studioso intende spiegare e non giustificare la violenza e ritiene che la «configurazione psichica» del jihadista vada intrecciata con gli altri due fattori decisivi del «contesto geopolitico» e dell’«ambiente sociale». Egli tuttavia stigmatizza il «negazionismo della vita psichica» nello studio della radicalizzazione. L’autore si colloca così «all’intersezione tra clinica e politica» e adotta un paradigma «psicopolitico».
Se due terzi dei radicalizzati ha tra i 15 e i 25 anni, il supermusulmano nasce nella crisi di identità di un’adolescenza prolungata: proprio lì, scrive Benslama, l’offerta jihadista opera come «un cacciatore che tende le proprie trappole conoscendo il cammino della preda». Talvolta il candidato ha già incontrato la delinquenza e la tossicomania. Talvolta il passaggio all’atto violento rivela tormenti interiori o dissimulati: «Era un ragazzo gentilissimo, senza problemi, disponibile, portava su la spesa alla vecchietta del quinto piano».
Decisiva, per l’autore, è la capacità del jihadismo di dare radici. I pazienti convertiti all’islamismo, testimonia Benslama, «erano mossi dal desiderio, talvolta dall’urgenza, di radicarsi o ri-radicarsi in cielo, non potendo farlo in terra». L’individuo, scrive l’autore, «ne guadagna una sedazione dell’angoscia, un sentimento di liberazione, degli slanci di onnipotenza». Si adotta un nuovo nome, ci si scioglie in un gruppo, si aderisce alla fede globale dell’ideale jihadista, un misto di poteri reali e immaginari, di guerra ed eroismo, di vantaggi materiali e sessuali, di mito e realtà storica, «più nocivo del delirio».
Con la sua seduzione narcisistica la giustizia identitaria jihadista risponde alle fratture dell’identità dei giovani e salda le parti dell’io minacciato nell’appartenenza a una comunità nella quale «insieme si possa godere come un sol corpo». La giustizia risponde all’ideale infranto nel 1924, quando alla fine del califfato seguì lo smembramento coloniale, e ai torti recenti subiti dai musulmani in Medio Oriente e altrove.
L’offerta jihadista sovrappone «il torto fatto alla comunità musulmana al vissuto di un danno individuale nell’esistenza del soggetto»: nell’attacco a «Charlie Hebdo» i fratelli Kouachi agiscono da vendicatori dell’ideale collettivo, cioè da vendicatori della divinità oltraggiata. Come loro, come molti altri, il giovane jihadista si pente della vita precedente, propria e dei genitori, e accede all’onnipotenza; in nome della superiore legge divina, è autorizzato a non rispettare la legge. Si sfoga un padre con Benslama: «Mio figlio è diventato mio padre, mi detta la morale dell’islam... Ancor di più, si crede il padre di Dio».
Anche se nella realtà l’adolescente jihadista non ha ancora avuto figli, gli viene dato un nome che comincia per Abu, cioè «padre di». Così, commenta lo psicologo, egli «diventa la sua stessa origine» e si pone al riparo di una comunità autoritaria e costrittiva che lo sottrae alla confusione della sua libertà e a una responsabilità personale che è incapace a gestire. La comunità indottrina anzitutto sulla morte imminente, o già presente, di cui il martire deve morire per sopravvivere nell’immortalità. «La morte immaginaria è talmente pervasiva – scrive Fethi Benslama – che quella reale diventa insignificante»; se ne convincono le giovani reclute: «La morte non è nulla, è come un pizzicotto».
La cancellazione del confine tra la vita e la morte è necessaria perché il jihadista persegua il suo fine di purificazione e il connesso godimento. Poiché il corpo è sede del male, la distruzione sacrificale del corpo proprio e altrui realizza una purezza ideale e offre – spiega l’autore – «un godimento paradisiaco assoluto, ossia libero da ogni divieto». Il compimento di senso sta così nell’attesa di un giudizio finale imminente, in un orizzonte apocalittico in cui il giovane soldato di Allah non vuole cambiare il mondo, ma uscire da esso.
Attraverso questo itinerario, nell’intervallo breve o lungo che separa la conversione dal martirio, il nuovo vero musulmano fa i conti con un progetto jihadista secondo il quale la sovranità appartiene a Dio e l’unica politica possibile è la religione musulmana. Questo progetto è destinato a fallire nella realtà: secondo l’immagine usata dallo psicologo parigino, esso è come un sistema autoimmune che distrugge ciò che vuole salvare. Il medesimo sistema impone, a chi in esso si identifica, «l’obbligo sacro di essere sempre più musulmano»; consiste in ciò, appunto, «l’invenzione psicologica del supermusulmano». Se il suo «paradigma psicopolitico» disegna lo scenario cupo della disperazione islamica, l’autore vede nella Tunisia l’esempio di una società che si è ribellata all’ideale oppressivo della comunità organica della umma musulmana. Egli è tuttavia consapevole che tanto più si apriranno inediti spazi di libertà nelle società islamiche, tanto più saranno forti le spinte regressive. Militano in tal senso il «panico pulsionale» provocato nel supermusulmano dall’aumento di visibilità del corpo femminile e dello spazio sociale occupato dalle donne e la sensazione di essere «trascinati verso l’esilio occidentale», verso l’aborrita società secolarizzata di cui si consumano i prodotti.
Nell’ansia di esser sempre più musulmano, il supermusulmano può correre soltanto verso l’uscita dal mondo. È precisamente questo destino, secondo l’autore, ad affascinare le reclute del jihadismo. L’unico modello esemplare, per il supermusulmano, sono il Profeta o gli avi devoti, gli antenati, salaf in arabo, da cui salafismo. Scrive Benslama: «L’imperativo del supermusulmano non è: “Diventa!”, ma: “Torna a essere!”, perché per lui il Bene ha già avuto luogo e la promessa è stata realizzata; non resta che ritrovarli nel passato, attendendo la fine del mondo o, meglio, accelerandola». Tanti musulmani si rifiutano di imboccare questa strada. Alcuni, invece, le sacrificano tutto. Come fece quel convertito che per Allah gettò ogni «feticcio» amato in precedenza. Anche un pesce rosso e una tartaruga.