La Lettura, 7 maggio 2017
Effetto boomerang
Presente in diverse culture del mondo con caratteristiche più o meno analoghe, il boomerang è un’icona dell’Australia, uno dei suoi oggetti più rappresentativi e dei suoi simboli più commercializzati. Brandendo un moderno boomerang di plastica, magari decorato e dipinto, è strano pensare di avere in mano un’arma di caccia e di lotta, utilizzato dagli aborigeni d’Australia da circa 10 mila anni. Un’arma potentissima e sofisticata che può avere diverse forme, funzioni e aspetti, e che rievoca una tecnologia e un paesaggio ancestrali.
In Australia la varietà di forme e dimensioni è ampia. Alcuni boomerang hanno la classica forma aerodinamica a gomito e una lunghezza tra i 30 e i 75 centimetri; altri, più pesanti, sono simili a una clava con un uncino all’estremità, altri ancora sono a forma di X. E, fatto sorprendente, non tutti i boomerang sono progettati per tornare indietro. In realtà, la maggior parte dei boomerang per la guerra e la caccia utilizzati dagli aborigeni furono realizzati per viaggiare in una sola direzione, colpire l’obiettivo e cadere al suolo. Durante la caccia servivano a colpire e indebolire la preda, permettendo al cacciatore di catturare l’animale e ucciderlo da vicino con la lancia.
Nella società aborigena sono gli uomini, tradizionalmente, a costruire boomerang, utilizzando un ramo di mulga, acacia, mangrovia o casuarina, oppure una radice. Una volta reso modellabile con il calore del fuoco, o talvolta con l’acqua, il materiale prescelto viene curvato nella forma desiderata, prima di essere levigato, oliato e decorato. Le decorazioni, spesso legate a elementi mitologici che si riferiscono al Dreamtime (il Tempo del Sogno, o della Creazione), sono ottenute intagliando, pirografando o pitturando l’oggetto. In alcuni casi si tratta di motivi legati al clan, che identificano il possessore o ne evidenziano il legame con il territorio di appartenenza; altre volte di decorazioni legate ai riti cerimoniali. Uno degli aspetti meno conosciuti è legato alle origini dell’oggetto. In Australia i boomerang esistono da migliaia di anni, come testimoniano antichi graffiti e dipinti sulla roccia sparsi sul continente. L’esemplare di legno di casuarina rinvenuto nel 1974 a Wyrie Swamp (oggi conservato nel South Australian Museum) è più antico delle piramidi e di Stonehenge: risale a circa 10 mila anni fa.
D’altro canto non tutte le popolazioni aborigene facevano uso di questo oggetto: ad esempio, nelle aree forestali l’utilizzo era impedito dal fogliame, che ne avrebbe limitato la traiettoria.
Niente boomerang nemmeno in diverse zone del Kimberley, in tutto il nord ovest, così come in Arnhem Land e Tasmania. Per quanto anomalo possa sembrare, l’utilizzo di boomerang da ritorno è ancora più limitato, ed esclude gran parte del deserto centrale australiano.
Anche l’etimologia è affascinante. Il termine deriva dalla lingua della tribù Turuwal, nell’area di Sydney. La parola boo-mer-rit fu documentata per la prima volta nel 1790 per descrivere una «scimitarra», ovvero una spada curva. Ma il lemma boomerang entra nel vocabolario inglese soltanto nel 1825, per riferirsi a un’arma piccola e crestata che i nativi di Port Jackson (ora parte di Sydney) lanciano mirando a un obiettivo preciso imprimendole un movimento rotatorio. E nel tempo, il termine boomerang è diventato metafora di qualcosa che ritorna, ritorcendosi contro chi l’ha fatto o pensato.
L’effet boomerang è il titolo di una mostra sulla cultura aborigena australiana che si inaugura al Musée d’ethnographie di Ginevra il prossimo 19 maggio. Vi sarà esposta una collezione assortita di oggetti antichi e recenti, tra i quali boomerang, lance, maschere, accessori d’uso comune ma anche dipinti e sculture sia del secolo scorso, sia di recentissima produzione. Tra le opere in mostra è anche la serie legata al Ghost Net Art Project, un progetto nato in Australia nel 2009 che ha portato alla realizzazione di sculture coloratissime – pesci, uccelli marini, tartarughe, imbarcazioni e vari accessori da pesca – fatte con il filo da pesca, come risposta creativa al problema dello smaltimento delle reti per pescare al largo delle coste dell’Australia.
Decostruendo un cliché, la locuzione «effetto boomerang» che dà il titolo alla mostra non conserva alcuna accezione negativa, bensì offre uno spunto critico importante. L’intento è «far ritornare», restituire la parola a coloro che hanno ideato e prodotto i pezzi esposti, cioè gli aborigeni stessi. Una collezione sinora poco conosciuta si offre al pubblico europeo evidenziando il forte legame della cultura e della creatività indigene con la sua mitologia, le sue storie e consuetudini. Ridando voce a chi è stato a lungo spossessato di qualunque diritto, da quando, nel 1770, l’Australia è stata dichiarata terra nullius a scapito dei suoi abitanti originari.