Corriere della Sera, 6 maggio 2017
Il boss tornato libero dopo 11 condanne (a 124 anni di carcere)
Milano L’ultima delle sue condanne, 30 anni nel 2015 per un omicidio del 1976, era diventata definitiva appena tre mesi fa per lui che, in carcere dall’operazione anti ‘ndrangheta Nord-Sud del 1993, scontava altre 10 condanne sommanti già 94 anni, sebbene in concreto poi tradotte in un «cumulo materiale» di 42 anni e in un «cumulo giuridico» di 30 anni di carcere (massimo espiabile per legge). Eppure, dopo 24 anni in cella, ieri Rocco Papalia (67enne fratello degli ergastolani Antonio e Domenico) è tornato libero. Per fine pena espiata. Spiazzante, ma tutto a norma di legge, pur se produce un esito paradossale rispetto ad esempio all’opposto destino di detenuti ai quali impone l’ergastolo come somma di due sole condanne da 24 anni l’una.
Il casellario di Papalia (esente da condanne per mafia) inizia a riempirsi dai 4 mesi nel 1973 per una falsa testimonianza del 1970. Poi 6 piccole condanne per ricettazione, resistenza, armi, falso; 10 anni nel 1999 per droga trafficata fino al 1991; nel 2000 10 anni per droga nel 1980-1983, nonché 14 anni in continuazione per due sequestri di persona del 1977, 20 anni per un rapimento del 1978, 16 anni 8 mesi per un altro ancora del 1979; fino ai 18 anni in continuazione nel 2004 per droga nel 1980-1993.
La legge, però, con una norma moderatrice prevede che (nel caso di concorso di reati che comportino pene detentive temporanee) la pena da applicare non possa superare il massimo di 30 anni di carcere. Ecco così che nel 2004 due cumuli giuridici parziali (uno per reati antecedenti la prima espiazione dal 24 maggio 1983, l’altro per i reati espiati a partire dal 19 settembre 1992) producono un totale teorico di 50 anni e 8 mesi, rivisti poi a 41 anni 9 mesi e 5 giorni, che appunto la norma moderatrice livella ai 30 anni massimi, con fine pena nel 2020. Poi nel 2014 i pm Ilda Boccassini e Paolo Storari, carpendo lo spunto da un amarcord di ‘ndranghetisti intercettati, riaprono il cold case dell’uccisione di Giuseppe De Rosa nel 1976, determinando nel 2015 l’unica condanna di Papalia per omicidio: 30 anni, divenuti definitivi l’11 febbraio 2017.
Tocca all’Ufficio Esecuzione della Procura di Milano sommare questi 30 anni al cumulo dei 30 anni corrispondenti alle altre condanne in espiazione: ed esiste una norma che fa scattare l’ergastolo se concorrono delitti per ciascuno dei quali sia inflitta una pena di almeno 24 anni. Dal provvedimento datato 3 aprile si capisce che il pm Adriana Blasco ha valutato se applicarla, ma alla fine ha ritenuto di non poterlo fare, perché la legge parla non di due pene da 24 anni ma di due delitti puniti con 24 anni, e invece il cumulo giuridico di 30 anni di Papalia era composto da singoli delitti di cui nessuno punito con 24 anni.
Viene dunque applicata ancora una volta la norma moderatrice, che di nuovo riporta quindi al massimo di 30 anni la somma tra i «nuovi» 30 anni dell’omicidio e i «vecchi» 30 anni di tutte le altre sentenze. E siccome vanno detratti anche i periodi di «liberazione anticipata» (45 giorni di pena in meno ogni 6 mesi espiati), questa sottrazione di 1.935 giorni (circa 6 anni) anticipa il fine pena all’1 giugno 2017. Ma a questo punto i difensori Ambra Giovene, Annarita Franchi e Nicola Foschini additano correttamente che va scomputato un ulteriore segmento di liberazione anticipata, come riconosce la giudice Angelica di Giovanni del Tribunale di Sorveglianza di Napoli, che toglie altri 225 giorni. Risultato: fine pena e libertà già ieri sera.