Corriere della Sera, 6 maggio 2017
Diede fuoco a Sara, condannato all’ergastolo
Roma Dura pochi secondi la lettura della sentenza che può tenere in carcere per il resto della vita Vincenzo Paduano. Pochi secondi erano bastati a lui per strangolare Sara Di Pietrantonio, la sua ex di 22 anni, e poi dare alle fiamme il corpo senza vita.
Ergastolo senza isolamento diurno è la pena decisa in primo grado dal gup Gaspare Sturzo al termine del giudizio abbreviato. Accolta la richiesta del pm Maria Gabriella Fazi e dell’aggiunto Maria Monteleone, che contestavano l’omicidio volontario aggravato dalla premeditazione, dai futili e abbietti motivi e dagli atti persecutori, oltre che la distruzione del cadavere. Decisive per far cadere la linea difensiva del raptus improvviso sono state le prove avute dall’accesso al profilo Facebook dell’assassino, grazie a una rogatoria formulata con la Polizia postale e la squadra mobile che ha pochi precedenti analoghi. «Perché vuoi uccidermi?» si chiedeva lei quando ha cominciato ad aver paura davvero. E lui: «Servirebbe a qualcosa?». Poi, due ore prima del delitto, annunciava: «Quando il marcio è radicato nel profondo ci vuole una rivoluzione, tabula rasa. Diluvio universale». Come detto, il suo è stato un piano studiato nei dettagli.
Il 29 maggio scorso, dopo un mese di continui pedinamenti, scenate, minacce e aggressioni verbali (e in un caso anche fisiche), il vigilante di 28 anni segue a distanza la sua ex attraverso un programma che ne spia il telefono. La raggiunge nell’oscurità della notte, la vede salutare il ragazzo che lei aveva cominciato a frequentare e la precede lungo la strada del ritorno a casa. Quindi stringe la sua auto in uno slargo senza luci di via della Magliana, la costringe a scendere e durante la lite le getta contro del liquido infiammabile. Due scooter che passano di lì non capiscono la gravità della situazione. Sara, esile ballerina, fugge per qualche decina di metri, lui, palestrato, la raggiunge e la uccide senza dover combattere. Poi, sprezzante, le butta una sigaretta accesa addosso e torna al suo lavoro notturno per crearsi un alibi. Sarà la mamma della ragazza a intuire il peggio non appena il ritardo su quel messaggio di routine – «sto tornando» – si accumula.
«È una sentenza morale e giusta, lui non si è mai pentito», dice ora Concetta Raccuia, assistita come parte civile dall’avvocato Stefania Iasonna. Il gup riconosce ai familiari una provvisionale di 660 mila euro immediatamente esecutiva. Fuori dall’aula le amiche della studentessa di Economia aziendale a cui l’università RomaTre ha intitolato una borsa di studio, piangono, abbracciandosi una con l’altra. «È un verdetto che aiuta a contrastare la cultura del controllo che alimenta la violenza maschile», sottolinea l’avvocato Maria Teresa Manente, legale dell’associazione «Differenza Donna».
Non è presente invece l’assassino, che sceglie di restare a Regina Coeli. Nell’interrogatorio dopo l’arresto ha giocato la parte di quello che non sa quello che ha fatto, simulato una poco credibile dissociazione da sé, poi ha ammesso, provando però a sminuire, ridimensionare, giustificare: «Volevo spaventarla, bruciare l’auto del suo nuovo ragazzo come mi ha consigliato un collega. La sigaretta è stata un incidente».
La precedente udienza Paduano era in aula per chiedere scusa. Poche, fredde parole che non sono sembrate sincere. Ieri ha scelto di aspettare la sentenza a Regina Coeli.