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 2017  maggio 06 Sabato calendario

Treu presidente del Cnel, a dicembre voleva abolirlo

Effettivamente cominciavamo a preoccuparci. Era un po’ che Tiziano Treu, virgulto classe 1939 del meglio progressismo nostrano, non veniva nominato ad alcunché. Fortunatamente ieri il governo di Paolo Gentiloni, suo compagno di partito, ha provveduto a sanare la mancanza facendo del professore il nuovo presidente del Cnel, il Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro (di cui il nostro è componente “semplice” dal 2013). La vita è complicata, si sa, e non è dunque per infierire, ma solo per puro amore di cronaca, che ricordiamo il tempo non lontano, giusto qualche mese, in cui il neo-presidente del Cnel firmava, con altri 200 giuristi, un appello a favore della riforma costituzionale Boschi. “Viene operata una decisa semplificazione istituzionale, attraverso l’abolizione del Cnel e la soppressione di qualsiasi riferimento alle province quali enti costitutivi della Repubblica”, diceva il documento.
Il furore costituente del buon Treu, peraltro, non si limitò a quello: pure il documento dei “Giuslavoristi per il Sì” si guadagnò la sua prestigiosissima firma. Certo, poi s’è scoperto che gli italiani sono affezionati alla vecchia Costituzione del ’48 e, forse, pure al Cnel ed è quindi in omaggio al suffragio universale e alla volontà popolare che Tiziano Treu non solo non s’è dimesso da un ente che voleva abolire, ma da oggi ne è pure presidente. Un sincero democratico, diciamocelo.
Il professore veneto d’altronde – assai ben sposato con l’erede di una dinastia di notai berici, casa alle Zattere veneziane e villa secentesca a Vicenza, a non voler considerare alloggi milanesi e romani – è uomo forgiato al senso del dovere, uso ad obbedir sedendo (in poltrona, ma suo malgrado): accademico prestato alla politica e mai del tutto restituito; ministro del Lavoro prima con Dini e poi con Prodi; entrato in Parlamento nel 1996 nelle liste “diniane” (sì, in Italia è successo anche questo) ne è uscito solo nel 2013 grazie ad adeguato travaso prima nella Margherita e poi nel Pd (il suo mentore, rimasto solo, se ne adontò: “E pensare che nel mio partito aveva ricevuto tanti onori…”).
Il suo nome è legato al meglio del riformismo italiano, intendendosi con questo la capacità di imporre riforme squisitamente di destra sventolando la bandierina di sinistra ad uso dell’elettore gauchiste: fu il “pacchetto Treu” nel 1997 a introdurre in Italia il lavoro interinale e altri contratti flessibili tra cui i celebri “co.co.co” destinati ai “parasubordinati” (una destrutturazione della Costituzione italiana assai più corposa della mai nata riforma Boschi); due anni prima, peraltro, il nostro aveva contribuito, per così dire, a “cambiare verso” alle pensioni con la cosiddetta “riforma Dini”, legge che provvide a cancellare ogni elemento solidaristico dal sistema previdenziale con l’introduzione (a scoppio ritardato) del metodo di calcolo “contributivo”. Il combinato disposto tra precarizzazione del lavoro e “contributivo” sarà materia di riflessione, riteniamo accorata, per quei lavoratori che hanno oggi tra i 40 e i 50 anni. Come ebbe a dire un ex presidente dell’Inps, “se dovessimo dare la simulazione della pensione ai parasubordinati rischieremmo un sommovimento sociale”.
Nonostante la doppia rasatura Treu degli anni Novanta, però, qualche lacerto di potere contrattuale dei lavoratori era inopinatamente sopravvissuto nel nostro sistema economico. Forse per questo il professore ha festeggiato il Jobs Act di Renzi – vale a dire lo smantellamento dello Statuto dei lavoratori quanto a licenziamenti, demansionamento, controlli a distanza, etc – con un certo trasporto: “Un’operazione di innovazione significativa e profonda condotta in porto compiutamente e in poco tempo”. E l’articolo 18? “Finalmente abbiamo superato questo tormentone della reintegrazione del lavoratore. Non vi sono più margini di incertezza”.
Tutto è bene quel che finisce bene, insomma. Nel frattempo, Renzi aveva trovato il modo di nominare il giovine professore nientemeno che commissario all’Inps nel settembre 2014: nonostante, per mero spirito di servizio, fosse pronto a prolungare il gravoso impegno nella veste di presidente, Renzi gli preferì comunque Tito Boeri dopo soli tre mesi. Treu ne fu felice, felicissimo, essendo uomo che solo l’alto senso del dovere costringe alla poltrona di potere. Ieri, però, la tragedia: mentre se ne stava tranquillo, quelli lo nominano presidente del Cnel che voleva abolire. La sua prima reazione, pare, è stata un netto rifiuto. Poi, però, Treu ha ricordato il referendum e offerto il petto al fuoco: “Sarò presidente! Me lo hanno chiesto 19,6 milioni di italiani”. Democratico davvero e di quelli d’antan: se n’è perso lo stampo.