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 2017  maggio 06 Sabato calendario

Rossy De Palma: «Pedro Almodóvar è dentro di me come se l’avessi mangiato»

La crisi di nervi risale a quasi trent’anni fa e comunque lei, fiera della sua mente e della sua variegata carriera, non si sarebbe mai fatta travolgere. Anzi, su quell’orlo pericoloso, avrebbe continuato a fare tutte le mille cose che sa fare, ballare, dipingere, fotografare, cucinare: «Ho cominciato con la danza classica, ho continuato con il mio gruppo musicale, poi ho iniziato a recitare. La definizione in cui più mi ritrovo è artista, anzi artigiana. Quando sei attrice lavori per gli altri, quando sei artista, invece, lavori per te». A Roma, in questi giorni, Rossy De Palma è ospite d’onore della decima edizione del Festival del cinema Spagnolo, poi volerà sulla Croisette, per raggiungere il presidente di giuria Pedro Almodóvar e, prima e dopo, uno dietro l’altro, l’aspettano i set di film spagnoli, francesi, americani, oltre all’ultima, tormentata impresa di Terry Gilliam The Man who killed Don Quixote.
Qual è la ragione più importante che la spinge ad accettare la proposta di un film?
«La passione del regista, l’amore che avverto nei miei confronti, l’avventura che andrò a vivere, non solo davanti, ma anche dietro la macchina da presa. In Italia, per esempio, ho fatto film belli e brutti. Quello che conta è che, girandoli, ho conosciuto bene Roma, posti e persone a cui sono rimasta legata, come il Bar della Pace, dietro Piazza Navona, dove ho passato tanto tempo con il proprietario, Bartolo, una persona spiritosa, meravigliosa, che mi ha fatto ascoltare la sua collezione di dischi della Magnani e della Callas».
Adesso è a Roma per presentare «Julieta» al Festival del cinema Spagnolo. Che cosa ha significato per lei l’incontro con Pedro Almodóvar?
«Dico sempre che io Pedro è come se l’avessi mangiato, è dentro di me, come la pasta al pomodoro. Mi ha insegnato l’essenza del mestiere, sul set spiega molto bene quello che vuole e io tendo ad assorbire. Recitare con lui significa davvero giocare, avvertire la felicità del farlo, e per me questo è fondamentale. Il piacere deve guidare tutto, non amo lavorare sull’angoscia, sulla sofferenza».
Donne sull’orlo di una crisi di nerviè uscito nell’88. Cosa ricorda di quell’esperienza?
«Non avverto, nei confronti di quel film, alcun sentimento di lontananza, lo sento sempre vicino, forse perchè non invecchia mai. Sul set mi divertii moltissimo, avevo già recitato con Pedro, ma, per esempio, nella Legge del desiderio, ero apparsa così com’ero, con il mio look, facendo a meno anche della truccatrice. Quindi non mi ero sentita davvero attrice. In Donne era tutto diverso, avevo un vero ruolo, che non c’entrava niente con me stessa. C’erano giorni in cui dovevo stare lì ferma senza far nulla, poi una mattina Pedro mi affidò quella scena bellissima del sogno con l’orgasmo».
Il film, immerso nel sentimento della movida, celebrava l’inesauribile forza femminile. Un tema che lei ha affrontato anche in teatro, conResilienza d’amore.
«Sì, lo spettacolo parlava dell’arte come medicina dell’anima. Noi donne dobbiamo imparare a non essere lo specchio dell’uomo, a non colpevolizzarci, a non sentirci sempre responsabili del benessere degli altri, a non sacrificarci troppo, come siamo abituate a fare, per i figli, la famiglia, il lavoro. Dobbiamo capire che la cosa più importante è sposarci con noi stesse, facendoci una promessa d’amore eterno».
In che modo può essere letto, secondo lei, l’aumento del numero dei femminicidi?
«Una cosa orribile, che succede quando gli uomini sentono di perdere il controllo e cercano il modo per ristabilirlo. Ma anche il frutto di certe malattie di coppia, dove il primo infettato è lui, ma anche lei deve imparare a preservarsi. Se un uomo non ci rispetta e vede che noi continuiamo ad amarlo, finirà per disprezzarci ancora di più».
Ha due figli, che tipo di madre è?
«Sono due teenager, hanno 17 e 18 anni, non mi piace parlare dei fatti loro. Posso dire che sono una madre molto mamma, convinta che si possa insegnare solo con l’esempio concreto, e non con le prediche».
Sta per andare al Festival di Cannes, dove è stata anche in veste di giurata, nell’anno in cui gareggiavano per la Palma d’oro Sorrentino, Moretti e Garrone, ma nessuno vinse nulla. A lei chi piaceva di più?
«Mi sono battuta, senza riuscirci, per far premiare Giulia Lazzarini, la madre del film di Moretti, un personaggio che esprimeva una tenerezza impressionante. E poi mi piaceva Sorrentino, un regista che ammiro molto, un esteta che, per certe cose, mi ricorda Fellini. Mi piacerebbe molto lavorare con lui, spero che un giorno mi chiami».
Quanto è diversa la Spagna di oggi da quella degli effervescenti Anni Ottanta?
«Non riesco a isolare la Spagna dal contesto generale, la vedo alle prese, come altri Paesi, con un mondo brutto, complicato, pieno di problemi irrisolti e di derive inquietanti. Penso al modo ingiusto con cui è ripartita la ricchezza e al problema dei rifugiati. Non sono nazionalista, né patriottica, credo che una cosa che succede in Africa ci coinvolga esattamente come quelle che succedono vicino a noi, sotto i nostri occhi. Per me le frontiere non esistono. Anzi no, in un caso sì».
E cioè?
«Le uniche frontiere in cui credo sono quelle gastronomiche. Cucino molto bene, quindi le conosco».
Le sue specialità?
«I risotti, so fare bene quello alla milanese, ma anche quello della “paella” e tanti altri. La mia è una cucina molto inventiva, mi piace sperimentare, usare ingredienti in modi diversi dai soliti. E comunque l’ingrediente fondamentale è sempre l’amore. Se ci metto quello, cambia tutto».