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 2017  maggio 05 Venerdì calendario

La vita straordinaria di Tina, l’artista-fotografa in grado di accendere le rivoluzioni

È il 23 agosto 1939. Tina Modotti, nata a Udine con il nome di Assunta Adelaide Luigia, è in Messico, provata dai ricordi e dalle fatiche della guerra di Spagna, quando una notizia alla radio le toglie completamente la già poca voglia di vivere rimasta. «È stato firmato il patto di non aggressione tedesco-sovietico», gracchia l’apparecchio. 
Tina, affermata fotografa e artista, femminista ante litteram, pasionaria, comunista, combattente, passa tutto il giorno attaccata alla radio. «Spero che la notizia venga smentita». Non tocca cibo. «Se mangio vomito». Vittorio Vidali, suo compagno di vita e di partito, prova a calmarla: «È sicuro Tina, ora calmati». «Voglio strappare la
tessera», grida
lei. Lui: «Ana-
lizza i fatti con
serenità, guar-
da alla situa-
zione mondia-
le». «Non pro-
pinarmi la tua
dialettica», ri-
batte la Mo-
dotti, «questo
è il tradimen-
to di tutto ciò
per cui abbia-
mo lottato. E i
morti, e i famigliari dei morti, chi li calmerà? Tu sai quanto amo l’Unione sovietica, ma l’alleanza con Hitler. Mai!». 
Siamo a pagina 553 di uno degli ultimi libri pubblicati sulla figura di questa incredibile donna. La scelta di ripubblicare il testo è di un piccolo, ma serissimo editore italiano, Nova Delphi, che ha come linea guida di proporre testi in grado di strutturare «resistenze al pensiero dominante». Così è stato naturale ritrovare il libro di Elena Poniatowska, Tinissima, che in passato era già stato pubblicato in versione ridotta da Frassinelli, e riproporlo sul mercato italiano nella sua versione integrale con la traduzione di Francesca Casafina (pp. 614, euro 21). 
Un’idea eccezionale, per chi abbia il desiderio di entrare dentro la vita di Tina. Il volume, suddiviso non in capitoli ma in date, ci offre l’occasione di un viaggio nel tempo, a partire dal 10 gennaio 1929, quando Tina muore per metà, in seguito all’assassinio del compagno rivoluzionario Julio Antonio Mella, fino alla sua morte reale, il 5 gennaio 1942, che avviene per un malore al cuore, dopo una cena, dentro il taxi che la stava riportando a casa. 
Sulla fine di Tina, come capita a personaggi così ingombranti per personalità e bellezza, ci sono state mille speculazioni. Si disse, a un certo punto, che fu assassinata per motivi politici, e che a ucciderla sarebbe stato niente di meno che il suo compagno Vidali. La Poniatowska, però, non lascia spazio alle insinuazioni. Lei che da autrice, ma soprattutto giornalista, ha ricostruito la vita di Tina con precisione chirurgica, si attiene ai fatti: Tina soffriva di un problema cardiaco, e fatiche e delusioni e il peggiorare della malattia, sono stati fatali. 
Il libro di Poniatowska è strettamente legato ai fatti. Nessuna mitizzazione o esegesi del personaggio, che pure ha sempre offerto materiale fertile su cui ricamare. Vuoi per la sua bellezza in giovane età, quando posava nuda per il fotografo americano Edward Weston. Vuoi per la sua missione all’interno del partito comunista stalinista e come membro attivo della Croce rossa internazionale. La Poniatowska, invece, in questo lunghissimo saggio svela il lato più quotidiano. Scopriamo, per esempio, che Tina attraversò una profonda crisi professionale, per via della corsa tecnologica che stava trasformando gli apparecchi fotografici in macchine per scattare velocemente e senza sosta (in anticipo di 60 anni rispetto alla frattura che il digitale ha portato nel mondo della fotografia). 
Per una donna che aveva scelto la fotografia come forma d’arte, ridursi a documentare asetticamente la realtà (cosa che tra l’altro il Partito a un certo punto pretende da lei, invitandola a mettere da parte le velleità artistiche “borghesi”) significa tradire una missione e quasi morire.