Libero, 5 maggio 2017
Sacrifici di animali come nel Medioevo
Come atto propiziatorio prima di una battaglia o di un viaggio o come atto di adorazione verso gli dei, nell’antichità i sacrifici di animali erano all’ordine del giorno. Nella Grecia antica, tali pratiche cruente erano introdotte da un corteo guidato da una vergine che recava il coltello sacrificale, poi la vittima veniva aspersa con dell’acqua affinché, scuotendosi, manifestasse il suo assenso all’essere sacrificata. Subito dopo essa veniva sgozzata e lasciata morire per dissanguamento. La carne veniva fatta a pezzi, bollita e consumata, le viscere venivano grigliate. Gli stessi riti, seppur con qualche variazione, avvenivano nell’antica Roma.
Nella religione islamica il sacrificio di animali è sempre esistito e tuttora persiste. Sebbene l’avvento del cristianesimo abbia cancellato la tradizione del sacrificio degli animali come offerta da porgere a Dio, persistono ancora oggi. In queste occasioni gli unici a non divertirsi sono proprio loro: gli animali innocenti. Cavalli, galline, galli, tori, rane, uccellini, colombe, e non solo. Il progresso della civiltà, la maggiore sensibilità nei confronti delle altre forme di vita, l’innalzamento del livello culturale della società contemporanea non hanno contribuito a debellare tali usi crudeli in cui la sofferenza inflitta agli esseri viventi continua a costituire intrattenimento per un pubblico, a tratti, primitivo.
Una di queste celebrazioni si svolge a Pagani, in provincia di Salerno, dove ogni domenica successiva alla pasqua, un gruppo di povere galline viene offerto alla Madonna in segno di devozione. Si racconta, infatti, che intorno al 1500 furono proprio delle galline a fare ritrovare un’icona della Madonna, nascosta sotto la terra per evitare che venisse saccheggiata e distrutta dai saraceni. Invece di premiarli, non si capisce perché oggi i contadini, per ringraziare i miseri volatili, gli spezzino le ali, gli leghino le zampe e li appendano ai piedi dell’immagine della Vergine Maria per tutto il giorno, sotto il sole cocente e in mezzo al trambusto della folla in festa. Una vera e propria tortura.
Durante l’esplosione dei botti la folla inizia a piangere e ad urlare per il miracolo che si consuma davanti ai suoi occhi devoti: le galline restano immobili. Peccato che non si tratti di un miracolo del cielo, ma della inevitabile reazione di terrore delle galline sotto choc e paralizzate dalla paura. Come se non bastasse, dietro la Madonna segue un carro carico di fiori e di volatili di varie specie, tra cui pavoni, piccioni, oche, che vengono legati uno accanto all’altro e che finiscono, per la disperazione, con il beccarsi a vicenda con violenza fino a farsi a pezzi. Uno spettacolo terribile che però non disturba la massa in estasi, che intanto chiede favori alla madre di Dio, senza preoccuparsi per le creature di Dio in agonia. Altre feste popolari che costituiscono incubi per poveri esseri innocenti sono il palio di Siena, quello della rana, la festa della palombella di Orvieto.
Durante il palio di Siena si verificano spesso incidenti di gara che causano cadute rovinose che in qualche caso hanno persino portato alla morte del cavallo. Secondo la Lega Anti Vivisezione, dal 1970 al 2007 sono morti 48 cavalli durante tale storica manifestazione, ossia una media di un cavallo morto all’anno. Tuttavia, occorre sottolineare che negli ultimi anni il comune di Siena ha adottato una serie di misure per garantire la salvaguardia dei cavalli impegnati nella corsa. Nel corso del palio della rana di Fermignano, invece, i partecipanti spingono una carriola per 170 metri con sopra una rana, che viene continuamente riposizionata fino al traguardo. Lo spettacolo è considerato divertente, ma forse bisognerebbe chiederlo alle rane, che, come testimoniano le persone che hanno assistito al palio, non di rado vengono schiacciate dalle ruote delle carriole o dalla folla.
Ad Orvieto, invece, da secoli, ogni anno tutti attendono con ansia l’arrivo della pentecoste, tranne la colomba bianca di turno che viene imprigionata in un tubo di plastica e contornata da petardi accesi per essere lanciata a velocità folle dal campanile della chiesa attraverso un filo di metallo, al fine di simboleggiare la discesa dello spirito santo sugli apostoli. Ancora oggi il sacrificio di animali è una tradizione perpetrata non solo all’interno delle sette o nell’ambito di culti che noi tutti consideriamo crudeli, ma anche alla luce del sole, nelle nostre piazze. La sofferenza ed il sangue, quando non sono i nostri, sono simbolo di purificazione, quella a cui aneliamo persino nello stesso momento in cui facciamo del male.