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 2017  maggio 05 Venerdì calendario

L’uomo è schiavo del sesso Amore e corna sono dettagli

L’innamoramento è una patologia e le corna fanno bene alla coppia: lo sapevamo anche senza sondaggi o studi scientifici, e infatti il punto è un altro. Il punto è che il direttore ha affidato la stesura di due articoli su questi temi (Libero di ieri) proprio a due donne, categoria che si è culturalmente auto-incaricata di smentire l’una e l’altra cosa: cioè che l’innamoramento sia una patologia e che le corna facciano bene alla coppia. Questo scritto è perciò una rivendicazione territoriale pura e semplice: le gentili colleghe che non nomino per principio non hanno scritto sciocchezze, anzi, ma suona davvero beffardo che siano appunto due donne a evidenziare tesi per le quali il genere femminile ama fracassarci le palle nelle discussioni da pizzeria. 
Quindi rovescio il banco e faccio la parte della donna, ora. Scrivendo su periodici femminili che non parlano d’altro per anni ho collezionato studi proprio sulla chimica dell’amore e sul mito occidentale della monogamia. Lo schema è sempre quello: il colpo di fulmine dipende dalla dopamina spiegano che è un neurotrasmettitore legato a sensazioni di piacere e rilasciato da quell’area del cervello che controlla i riflessi visivi e uditivi: se lo stimolo è forte, il corpo reagisce e invia segnali di attrazione, e le pupille si dilatano, il viso arrossisce. E sin qui ci siamo: ma l’innamoramento? È la serotonina. A ogni nuovo incontro si rafforzano i circuiti cerebrali che collegano la presenza dell’amata (amato) a sensazioni di felicità: e allora si intensifica il desiderio e il ricordo del piacere provato, e la voglia di riprovarlo. La serotonina si abbassa e favorisce una specie di ossessione, e intanto la dopamina aumenta. 
Vi state annoiando? Sappiate che in realtà è assolutamente una discussione da pizzeria: tante ne ho fatte con vari psicocosi. A un certo punto spunta sempre uno che dice: tra certa passione e certi stati di alterazione cerebrale, provocati da alcune droghe, esistono delle analogie. Ed ecco l’analogia tra l’innamoramento e i disturbi ossessivo-compulsivi. Ma alle donne, in pizzeria, l’analogia non piace, e allora dicono: e la tenerezza? Come la spieghiamo? Risposta molto romantica: ci pensano la vasopressina e l’ossitocina. L’ossitocina è la base della tenerezza e degli slanci positivi (quando si abbracciano i figli o si coccola il gatto) ed è quella che assieme alla vasopressina rafforza l’emozione e spinge alla fedeltà. Parentesi: del mio scarso livello di ossitocina parleremo un’altra volta. Il resto è più o meno come efficacemente descritto dalla collega n.1 (l’ho detto, non le nomino) con l’aggiunta, però, di sconfortanti notizie sulla durata dell’amore: dai diciotto ai trenta mesi dall’inizio della relazione, quando cioè il cervello si è assuefatto al cocktail di sostanze chimiche e non reagisce più come prima. Le varie sostanze diminuiscono, le coppie più fragili si separano. 
Tristezza, ma ecco la buona notizia: esiste l’endorfina. Urrà. La vicinanza fisica stimola un altro neurotrasmettitore che appunto si chiama endorfina e che riduce l’ansia, infondendo un senso di calma e di intimità: è meno eccitante delle altre robe chimiche ed è una sorta di oppiaceo naturale, induce dipendenza, e secondo i più è una componente essenziale delle relazioni riuscite. Applauso in tutta la pizzeria. Ed è tutto molto interessante, ma qui rifaccio la parte della femmina comprendere le cose della vita non può corrispondere a leggere una ricerca scientifica; il cosiddetto amore sarà pure un banale meccanismo fisiologico, una cosa che ci rende irrazionali e che passa come una malattia, ma nei dati empirici manca sempre ogni riferimento alla magia che rende ogni innamoramento un fatto unico, una cosa chimica, sì, ma filtrata da singole persone che non ce n’è una uguale all’altra. Ragionando così, ogni biografia è riducibile a una cartella clinica: anche le cazzate giovanili o meno gli eccessi, le droghe, gli sport estremi sarebbero spiegabili dall’efficienza dell’ipofisi, ghiandola che quando si è giovani secerne un sacco di ormoni che mascherano la paura; e meraviglie come il formaggio, la carne, il caffè e il cioccolato sarebbero solo alimenti che danno dipendenza perché rilasciano componenti narcotici simili alla morfina: non mancano ricercatori che stanno studiando il modo di controllare i desideri alimentari che inducono una dipendenza basata su risposte emozionali. Secondo certa scienza c’è gente drogata di Taleggio e bisogna guarirla. La vita stessa è una malattia: terminale, peraltro. Ma qui stiamo uscendo dal seminato, anzi, dal seminale. 
Qui torno decisamente maschio, perché sull’argomento corna (che fanno bene, rinsaldano i matrimoni, tengono vivi: questo spiegava la collega n.2) non servono sondaggi e, francamente, neanche l’opinione di Willy Pasini. 
Bastano le aggiornate risultanze in tema di monogamia e poligamia: e il nostro provincialismo italiota cade nel ridicolo. Anzitutto il mondo animale: falsi miti a parte, nessun animale o quasi è monogamo. L’accoppiamento multiplo è la norma, altro che colombe e pinguini, la ricerca genetica ha fatto piazza pulita di tutte le leggende. Restando ai mammiferi, sono monogame dodici specie su circa quattromila, il tre per cento. Spiegare perché sarebbe interessante: ma restando in pizzeria per scatenare un casino basta dire che neanche l’uomo in realtà è monogamo: la nostra società ha fatto una scelta culturale, non naturale. 
Lo studio più famoso sull’argomento ha esaminato 185 società umane e ne sono risultate monogame solo 29, meno del 16 per cento. Un altro studio, più recente, ha esaminato 238 diverse società e ha concluso che solo in 43 casi la monogamia era accettata come unica soluzione. È vero che prevale la poliginia (cioè un maschio con molte femmine) ma non è così rara la poliandria, cioè una femmina con tanti maschi. Già. Gli etologi parlano di effetto Coolidge: se metti un montone a copulare con un’agnella, questi vanno avanti un po’ di volte, ma pian piano l’intensità declinerà; se allora sostituisci l’agnella, ecco che il montone si riaccende come all’inizio: la novità lo rimette a nuovo, e vale anche per il genere umano. 
Ma, da tutte queste ricerche, emerge una cosa che forse è la più interessante di tutte: che il sesso, per gli animali, ha una posizione nettamente inferiore rispetto alla sopravvivenza quotidiana, alla cura e pulizia reciproca, al dormire insieme, in generale allo stare insieme. Solo per noi il sesso è così ossessivamente centrale: agli animali, quando non sono in periodo fertile, del sesso non gliene frega niente. Per noi invece – ecco, sì – è una specie di malattia. Urge infermiera.