Il Messaggero, 5 maggio 2017
Storia e stili delle gioie nazionali
Il Neostoricismo che prende ispirazione dal passato, alla ricerca di forme da ripensare, dalla corona ferrea carolingia al biscione visconteo. Il Liberty e l’Art Déco, riproposti secondo un personale gusto nazionale. Il similoro, ossia rame, ribattezzato in modo prezioso da Buccellati durante la guerra e piaciuto tanto da essere prodotto anche quando ormai le ragioni della sua nascita erano superate. E le grandi firme, diventate negli anni icone. È una storia ricca, nel pieno senso del termine, quella dell’oreficeria italiana novecentesca, fatta di creatività, capacità di rileggere le tendenze internazionali e trovare spunti per raccontare stili e desideri di epoca e Paese. Una storia, in parte ancora poco nota, approfondita per quel che riguarda gli artisti del gioiello, da Buccellati a Bulgari, ma trascurata nelle tante eccellenze minori per notorietà, non necessariamente talento.
L’EVOLUZIONE
A ripercorrere decenni di preziosi made in Italy nel secolo breve è il Gioiello del ventesimo secolo, vero e proprio manuale di studio nato dall’omonima mostra tenutasi al museo Poldi Pezzoli a Milano nei mesi scorsi, firmato dalla storica Melissa Gabardi, pubblicato da Silvana Editoriale. Tra tiare, bracciali, orecchini e ogni possibile gioia, un viaggio sulle tracce dell’arte orafa nazionale anche attraverso moda, politica, trasformazioni sociali. E una base per comprendere la gioielleria di oggi, nelle sue persistenze, evoluzioni o dimenticanze. «L’oreficeria nel nostro Paese – commenta Melissa Gabardi – agli inizi del 900 era indietro rispetto alle tendenze internazionali. La committenza era ancora sensibile a creazioni ispirate alle mode del passato, in particolare tra Seicento e Ottocento. C’era pure un importante revival archeologico. Poi il Liberty ha portato nuove forme e lavori».
Lo stile italiano inizia a definirsi in modo significativo. Alfredo Ravasco è uno dei grandi del Déco nazionale. «Il suo nome è sempre stato associato all’oggettistica Art Déco, in particolare a spettacolari centrotavola, paragonabili per qualità a Fabergé. In realtà, la sua produzione di gioielli si è rivelata di pari importanza». Intanto la società si trasforma e la moda cambia. Si accorciano le maniche degli abiti femminili, portando in primo piano i bracciali. Le donne lavorano, imponendo creazioni più pratiche. E, con la diffusione dei tailleur, trionfano le spille.
LO STATUS
Alcune forme e alcuni stili rimangono, diventando classici, altri vengono dimenticati. Si fa must la spilla con fiocco di diamanti e perla a goccia di Petochi. Il lavoro di Buccellati conquista dame e dive, diventando un misuratore di status. Anche Bulgari strega le regine di Hollywood. E se è vero che la guerra impone radicali tagli alle spese, al gioiello non si rinuncia. La ricerca porta all’uso di altri materiali e, con la diffusione di pietre semi preziose, di nuove nuance. Negli anni Sessanta, il made in Italy rinasce, giocando con forme e volumi.
Cosa è rimasto di questo ricco passato? «Sono rimasti alcuni dei grandi nomi. Buccellati ha avuto eredi che hanno portato avanti la firma, fedeli allo stile. Bulgari vanta più generazioni. E sono sopravvissute alcune forme, penso all’utilizzo di antiche monete, trattate come gemme, e di mosaici». E in termini di filosofia? «Dal ’68 il gioiello come ostentazione non esiste più. E non c’è più la differenza tra preziosi da giorno e da sera. La differenza principale però è che prima il gioiello era un dono, oggi è qualcosa che la donna compra per sé. Senza bisogno di regali o ricorrenze speciali».