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 2017  maggio 05 Venerdì calendario

Da Elisabetta I alla May la variante di Allah

La storia a volte tramanda dettagli poco regali dei sovrani europei. Di Elisabetta si ricordano i denti marci. E la passione forse causa di questa sventura estetica: quella per lo zucchero e i dolciumi, beni che iniziarono ad arrivare nell’Inghilterra del XVI secolo grazie ai rapporti, controversi e inediti per quei tempi, tra l’isola e il vasto e lontano mondo islamico. «Candy», «sugar», «turquoise», «indigo», «zero»… sono soltanto alcune delle parole prese in prestito dall’inglese durante un intenso periodo di scambi commerciali con il mondo islamico. Il drammaturgo Christopher Marlowe non avrebbe scritto il suo Tamburlaine – Temerlano il Grande – senza i racconti dei mercanti di ritorno dagli scali del Levante, mentre William Shakespeare avrebbe modellato il suo Otello – Il Moro di Venezia – sul primo diplomatico musulmano sbarcato a Londra nel 1600 per incontrare la regina: il marocchino Muhammad al-Annuri.
Nel suo The Sultan and the Queen – The Untold Story of Elizabeth and Islam (ed. Viking), Jerry Brotton, professore di studi rinascimentali alla Queen Mary University di Londra, racconta la storia poco conosciuta della lenta, difficile – e alquanto scandalosa per quei tempi – costruzione dei rapporti commerciali tra l’Inghilterra protestante di Elisabetta I e il mondo islamico. Dove «protestante» non è un aggettivo da tralasciare. È stato in un certo senso il papa Pio V a innescare l’interesse dell’Inghilterra, in anticipo su molti Paesi, per il mondo musulmano. Dopo oltre dieci anni di regno, la sovrana inglese non aveva infatti dato segnale alcuno di voler ritornare nell’orbita del cattolicesimo, dopo lo scisma compiuto dal padre Enrico VIII e la nascita della Chiesa anglicana. Nel 1570 il Pontefice la scomunicò. Fuori dalla Chiesa di Roma, l’Inghilterra si trovò isolata a livello europeo. Se dovessimo usare un’immagine moderna, la comunità internazionale, europea e prevalentemente cattolica, imponeva sanzioni al regno di Elisabetta, bloccando i suoi mercanti e le sue merci da Spagna, Francia, Italia…
Erano tempi duri per l’Inghilterra, divisa in casa lungo linee religiose e isolata all’esterno dal mondo cattolico e in cerca di alleati. «Alla guida di un Paese polarizzato, incerto e isolato dall’Europa, un leader donna cerca la salvezza in terre lontane. Staccandosi dall’Europa, ospita sheikh mediorientali a Westminster ansiosa di assicurarsi mercati stranieri e investimenti, e corteggia il leader turco per consolidare le esportazioni con la vendita di armi. Suona familiare?», si chiede l’Economist leggendo questo libro. Il parallelo è con Theresa May, guida di un Paese che non ha abbandonato la Chiesa cattolica, bensì l’Unione europea.
Anche il New York Times osa il paragone, definendo la scomunica di Elisabetta 450 anni fa e le sue conseguenti mosse commerciali una «Brexit elisabettiana». Come allora fece la sovrana Tudor, oggi un Regno Unito che affronta l’incertezza di un futuro sconosciuto al di fuori dell’Unione Europea guarda a Oriente. Ed è per questo che, in un mondo diverso, Theresa May non invia i suoi mercanti nel Levante ma lei stessa visita Ankara, il Bahrein, accoglie nella City banchieri degli Emirati e del Qatar nel tentativo di rafforzare i legami con il mondo islamico, potenza commerciale nel XVI secolo e finanziaria oggi, mentre si allungano le distanze con l’Europa.
Anche allora, nel XVI secolo, furono cause di forza maggiore a spingere la regina e i suoi uomini d’affari alla ricerca di rotte commerciali alternative: prima verso la Russia. La via dei mari del Nord si rivelò però pericolosa. Si salpò allora verso il mondo islamico: Marocco, Persia e soprattutto l’immenso e potente Impero ottomano. Sin dall’XI secolo, intraprendenti mercanti europei si avventurarono nelle terre d’islam a cercare fortuna. Fare affari con gli «infedeli» però poteva costare caro. Il Concilio Lateranense IV del 1215 imponeva la scomunica per chi – «senza fede» ed «empi cristiani» – fornisse «armi, ferro, legno» ai «saraceni«. La condanna del 1570 di papa Pio V nei confronti di Elisabetta facilitava le operazioni all’Inghilterra. Già messa al bando dalla Chiesa e isolata dai sovrani cattolici, la regina non correva altri rischi. E iniziò a inviare i suoi mercanti-diplomatici-spie nelle terre d’Oriente, per tessere rapporti con i regnanti del Marocco, il sultano ottomano Murad III, con cui scambiò lettere per decenni, e per un periodo anche con la Persia.
Non mancarono in casa protestante evoluzioni teologiche per giustificare le relazioni con i «pagani» (il termine musulmani comparve in inglese per la prima volta soltanto nel 1615, prima si parlava di «saraceni», «mori», «ottomani», «turchi»). Protestanti e musulmani trovarono un terreno comune «teologico» nell’iconoclastia e nell’anticlericalismo contro il Papa di Roma considerato «idolatra»: in una lettera al sultano, Elisabetta si descrisse infatti come «il più invincibile e potente difensore della fede cristiana contro ogni tipo di idolatria».