la Repubblica, 5 maggio 2017
La notte di Caracas
Caracas La folla ondeggia lungo l’autostrada. Hanno già capito che la Guardia Nazionale sta per attaccare lanciando lacrimogeni. Come sempre, ormai da più di un mese, gli agenti impediscono il passo al corteo che vuole raggiungere la sede del Consiglio elettorale per chiedere elezioni al più presto e la liberazione dei prigionieri politici. I lacrimogeni scoppiano e il corteo retrocede prima di disperdersi lungo le vie laterali. È difficile che vengano a contatto, agenti e manifestanti. I primi sparano gas da lontano, gli altri tirano sassi e restituiscono i lacrimogeni che raccolgono. Quando il corteo più grande si disperde, in strada restano soprattutto i più giovani e iniziano tante piccole battaglie campali avvolte nel fumo dei gas. Ormai ogni pomeriggio. Trentatré morti, centinaia di feriti e arresti. Una delle ultime vittime mercoledì a Caracas, un ragazzo di 17 anni. Armando Cañizales. L’aspetto più odioso è la guerra mediatica sulla responsabilità dei morti. «Il governo mente», dicono i ragazzi. «Siete tutti terroristi», rispondono le autorità. Mentre le indagini annaspano in questo Paese che galleggia nell’intolleranza reciproca.
L’inflazione è un delirio. Nove mesi fa un cartone da dodici uova costava duemila bolivar, all’epoca 2 dollari e mezzo. Oggi in dollari costa lo stesso prezzo ma i bolivar necessari per acquistarlo sono diventati 10mila. Le vecchie monete sono carta straccia. Tanto che il governo, dopo molte resistenze, è stato costretto a emettere nuovi biglietti da 5 e 10mila bolivar per evitare che si dovesse andare a far la spesa con la carriola piena dei vecchi biglietti da cento. Quelli nuovi li stampano soprattutto in Svezia ma siccome non ne sono mai arrivati abbastanza la gente paga qualsiasi cosa, anche un caffé, con bancomat e carte di credito. Comprare però non dipende solo dalla tua capacità di acquisto. Il pane proprio non c’è. Nemmeno l’olio, il latte, il burro, il sapone. Una scatoletta da tre pezzi di Baci Perugina costa il dieci per cento di un salario normale, che qui si chiama mínimo e corrisponde a 60mila bolivar cash più una tessera che serve solo per gli alimenti e vale circa 100mila bolivar. A queste cifre, una famiglia normale di quattro persone resiste al massimo una decina di giorni. Così chiunque incontri ti racconta di ragazzini che svengono di fame sui banchi di scuola perché nelle baraccopoli sui cerros, le colline che cingono Caracas, spesso l’unica pietanza non è altro che un tubero, la yuca, a pranzo e a cena. L’effetto più impressionante di questa carestia ce lo fa notare Silvana: «Lo vedo nei miei amici che nel corso dell’ultimo anno sono dimagriti sette o otto chili ma siccome non hanno i soldi per comprare nuovi vestiti, deambulano dentro camicie e pantaloni che gli stanno due o tre taglie più grandi». Per contenere scontento e rabbia, il governo ha lanciato un programma, affidato alle Forze armate, che si chiama Clap. Una busta con prodotti di base (riso, farina di mais, margarina) da distribuire a prezzi calmierati legata a una tessera di razionamento, “il carnet della Patria”, che serve anche per manifestare il proprio appoggio alla “rivoluzione socialista”. La speranza del presidente Maduro era di riuscire a distribuire otto milioni di Clap una volta al mese ma oggi non si arriva neppure alla metà. La ragione è brutale come la fame. I fondi dello Stato apparentemente non bastano per importare e distribuire a prezzi calmierati. E solo la Russia di Putin concede ancora crediti al Venezuela chavista. Ogni volta che affronta il tema dell’inflazione nei suoi numerosi comizi, Maduro lancia lo slogan del congelamento dei prezzi e ordina di formare milizie civili per controllarli. Combatte l’inflazione con la propaganda.
Ma torniamo a Silvana perché la sua storia, professionale e umana, è un buon paradigma per rileggere il ventennio rivoluzionario. Silvana Peñuela, 63 anni, è ingegnere civile. Specializzata in acquedotti. Nel 2004 firmò per ottenere la convocazione di un referendum contro il presidente Chávez. L’opposizione, all’epoca minoritaria, lo perse. E la vendetta del caudillo militare fu veramente malvagia. I nomi dei due milioni di persone che avevano sottoscritto il referendum vennero divulgati e tutti quelli che avevano un impiego statale furono licenziati, in una caccia alle streghe che fu la prima vera azione totalitaria del nuovo ordine. Da allora Silvana non ebbe più un contratto di consulenza pubblico come ingegnere civile. «Ma al di là della persecuzione politica racconta -, la verità è che in tutti questi anni il governo si è completamente disinteressato dell’acqua. Non ha realizzato nuove infrastrutture, né riabilitato e innovato quelle esistenti con il risultato che in molte zone della capitale l’acqua potabile è razionata. C’è chi la riceve mezz’ora al giorno, chi dieci minuti per tre volte al giorno, chi non la riceve per settimane. Così ho fatto solo consulenze private, poche. Poi ho accettato di fare l’amministratrice di un ristorante che adesso è stato costretto a chiudere. I prezzi sempre più alti, i clienti sempre di meno. Nessuna attività resiste in queste condizioni. È come se ci stessimo tutti ibernando. Mangiamo sempre meno, usciamo sempre meno. Per risparmiare le energie come in un lungo letargo. Oggi sopravvivo con il baratto. Un esempio? La mia amica dentista viene a Caracas una volta al mese. Io vado a prenderla all’aeroporto qui la benzina non costa niente e lei mi fa la pulizia ai denti gratis. Oppure preparo da mangiare per signore più anziane di me che non possono uscire di casa. Non vado più nemmeno al cinema. L’ultima volta che ci sono andata un sacchetto di popcorn costava il doppio del biglietto d’ingresso».
Chi paga il prezzo più alto del disastro e dell’inettitudine di un governo che si rifiuta di dichiarare l’emergenza umanitaria anche se nel circuito della sanità pubblica sono introvabili l’85% delle medicine, sono i malati. Susana Alvarez, 39 anni, impiegata che vive a Curiacao, estrema periferia ovest di Caracas, ha perso una figlia di cinque anni, Daniela, perché negli ospedali non ci sono più macchine per eseguire una Tac. E il tumore al cervello di Daniela è stato diagnosticato con mesi di ritardo. “L’ultimo esame, una biopsia che rivelava il tipo di cancro che aveva, l’ho ricevuto il giorno del suo funerale”, racconta. “Noi non avevamo la possibilità di rivolgerci a strutture private e oggi in Venezuela attraversare gli ospedali pubblici è angoscioso. Daniela è stata in ospedale cinque mesi, in una stanzetta con gli scarafaggi, senza aria condizionata, con le zanzare. Non c’erano medicine e io e mio marito doveva cercare e comprare quelle che i medici scrivevano nelle ricette, all’inizio sbagliate perché nessuno aveva capito cosa avesse. Da allora la situazione è persino peggiorata. Dopo la morte di mia figlia faccio la volontaria nell’ospedale. È un tormento”. Qualcuno racconta di medici che usano pezzi di buste di plastica al posto dei guanti. Un’altra volontaria, Sandra Perdomo, della Ong oncologica Usum che assiste pazienti terminali, “quelli che nessuno vuole”, traccia un quadro spaventoso: “Non c’è nemmeno la morfina, non è possibile morire con dignità”. Un altro aspetto è la censura sui dati, per esempio quelli sull’aumento della mortalità infantile. E la diffusione di malattie infettive come la malaria, il dengue e la chikungunya. Nel 2016, ma i calcoli non sono ufficiali, in Venezuela ci sono stati più di 200mila casi di malaria, il 50% di tutti quelli registrati nel sub continente sudamericano. “Una situazione allarmante”, sottolinea l’infettivologo Julio Castro. Sandra insiste non solo sull’assenza di medicine ma anche sulla dubbia qualità di alcune di quelle generiche che si usano. “Preferisco un farmaco scaduto prodotto da Novartis che un generico fatto a Cuba. Perché l’ho visto. Alla fine della terapia con i generici ho visto pazienti stare peggio di quando l’avevano iniziata. Risultato zero”. Ma in Venezuela, denuncia Sandra, ormai c’è il mercato nero delle medicine. “Non degli antibiotici, che pure mancano, ma dei farmaci per i casi più gravi, quelli dove la disperazione delle famiglie può costringerle a indebitarsi in qualsiasi modo”.
È mattina presto e dalla terrazza di casa di Annamaria, in un quartiere di ormai ex classe media, California norte, si vedono nella piazzetta quelli che rovistano nei sacchi dell’immondizia lasciati la sera prima dai condomini dell’edificio “Berna”. Prima arrivano i più anziani che rovistano cercando un pezzo di pane o l’avanzo di una cena. Poi quelli che cercano oggetti di plastica da riciclare. Aprono i sacchi, gli danno un calcio per svuotarli, e prendono le bottigliette dell’acqua minerale. L’ultimo passaggio è di quelli che cercano pezzi di ferro, rame, ottone. “È così da mesi”, dice lei che li osserva dall’alto mentre qualche vicino passeggia il cagnolino. Annamaria Cappella è una logopedista che segue soprattutto bambini in un istituto pubblico. Ha 53 anni, vive con la madre, Nelly, 84, e un figlio adolescente. Con quello che guadagna lei, e la pensione di sua madre, adesso mangiano una settimana. Un anno e mezzo fa è stata operata di un tumore al seno, grazie a un chirurgo che ormai ha lasciato il Paese, quasi gratis in una clinica privata. “Da allora, non so più nulla della mia malattia. Non ho potuto fare una scintigrafia per verificare metastasi alle ossa perché non ci sono gli strumenti adatti. Ma soprattutto non ho potuto curarmi. Fare la chemio e la radiologia. Ho bisogno di un farmaco che si chiama “Herceptin”, lo produce l’azienda farmaceutica Roche. È l’unico farmaco che posso prendere, ho provato con altri generici che venivano dall’Uruguay, ma mi alterano tutti i valori. Fino a qualche anno fa “Herceptin” lo importava il ministero della Sanità ma ormai è quasi introvabile anche volendo comprarlo privatamente. Dopo l’operazione avrei dovuto fare sedici sessioni di chemio con le ampolle “Herceptin”, una ogni tre settimane. Ne ho trovate solo quattro in tutto, a distanza di tempo l’una dall’altra e, in questo modo la chemio non serve a niente, perché bisogna rispettare le scandenze delle sessioni. Che altro posso fare? Soltanto sperare di sopravvivere il più a lungo possibile senza cure”. Il quartiere dove vive Annamaria si è molto degradato dall’inizio della crisi. Edifici di impiegati statali, professori, maestri di scuola, che adesso subiscono le scorribande della piccola criminalità. Così adesso l’oggetto più importante che possiede è un fischietto come quello degli arbitri nello sport. Serve per dare l’allarme se qualcuno prova a svaligiare una casa o a aggredire un vicino. Si sono organizzati così. Il sistema del fischietto è diffuso in tutto il quartiere. E Annamaria, almeno di questo, va fiera.
Adesso tutti guardano alle Forze armate. I dirigenti dell’opposizione, soprattutto il presidente del Parlamento, Julio Borges, continua a fare appelli ai militari affinché non seguano Maduro nei suoi propositi di posporre sine die le nuove elezioni. Analisti e giornalisti osservano ogni minimo movimento per individuare fratture all’interno dell’esercito mentre il presidente, ogni tanto fa arrestare qualche ufficiale, di solito già in pensione, accusandolo di “preparare un complotto” contro di lui. Nel governo venezuelano ci sono undici generali su 34 ministri. Sono in posti chiave come al ministero degli Interni. Non è una novità ma nel corso di questa crisi sono gli alti gradi delle Forze armate il vero sostegno a un governo circondato dalle proteste. Alcuni generali, come per esempio Nestor Reverol (Interni), sono ricercati dalla giustizia americana per narcotraffico e corruzione. Secondo Cliver Alcalà, generale in ritiro, che fu a suo tempo un uomo di fiducia di Hugo Chávez, la fedeltà delle Forze armate è dovuta soprattutto ai timori per il futuro. “Più che per convinzione, appoggiano Maduro per paura. Le Forze armate sono spaventate perché molti pensano che la loro libertà e la loro vita, il loro patrimonio personale, dipendono dalla stabilità dell’attuale governo. Credono che con l’opposizione al potere sarebbero perseguitati”. La compenetrazione tra le Forze armate venezuelane e la rivoluzione bolivariana risale ai primi anni della presidenza di Chávez. Ma con l’elezione di Maduro e l’esplodere della crisi economica il legame tra i militari e i civili al potere è diventato ancora più forte. Della produzione, distribuzione, e importazione di alimenti oggi in Venezuela si occupano i militari. E qui viene la seconda ragione dell’appoggio incondizionato a Maduro: gli affari. Una delle colossali distorsioni economiche della rivoluzione è il controllo del cambio. Iniziò nel 2003 e oggi ci sono in Venezuela due tipi di cambio per il dollaro e l’euro. Uno fisso, che non ha alcuna relazione con il valore reale della moneta nazionale e un altro variabile, ma sempre controllato, che si applica per esempio al turismo che ormai non c’è più. Mentre il valore reale del dollaro sul bolivar è circa 1 a 4000, quello fisso è 1 a 10. Il cambio fisso è quello che il governo utilizza per finanziare le importazioni. E qui iniziano disastro e business. Poniamo il caso di una società che vuole importare pasta. Andrà dal governo a chiedere un finanziamento a tasso fisso, 1 dollaro 10 bolivar, per fare l’operazione. Ma sarà sufficiente che non investa tutto il denaro che ha avuto nell’import per speculare rivendendo sul mercato interno a cifre molto maggiori un dollaro che ha avuto a costi stracciati. È in questo semplicissimo modo che decine, o meglio centinaia, di funzionari governativi e generali hanno potuto fare affari da capogiro. Ed è in questo modo che nacque, quando le entrate del petrolio nel primo decennio di Chávez andavano ancora a gonfie vele, quella che si chiamò la boliborghesia, la nuova borghesia bolivariana. Con questo sistema infatti completamente accentrato da chi sta al governo, chi sta nel giro giusto ottiene i benefici, chi non ci sta fallisce. Sotto la lente della giustizia internazionale non c’è solo la corruzione e il narcotraffico (fino a che i guerriglieri delle Farc non hanno concluso l’accordo di pace con il governo colombiano, il Venezuela ha favorito le loro operazioni con la droga) ma anche i diritti umani. Al generale Antonio Benavides Torres, comandante della Guardia nazionale bolivariana (GNB), quella che in questi è in prima linea nella repressione delle marce di protesta dell’opposizione, è stato proibito dal 2015 l’ingresso negli Stati Uniti, paese dove sono stati congelati anche tutti i suoi beni per violazione dei diritti umani.
L’albergo che ci ospita in questi giorni è praticamente vuoto. Alla colazione non c’è nessun tipo di pane e ogni giorno che passa i cibi, disposti su un bancone di marmo scuro, diminuiscono. Non c’è marmellata, non c’è burro. Nessun dolce. Lo zucchero è razionato. Quando prendi il caffé si avvicina un cameriere e ti allunga una bustina. Una volta questo era l’albergo che ospitava i manager stranieri che venivano a firmare contratti con Pdvsa, la holding statale venezuelana del petrolio. Oggi i suoi diciannove piani sono occupati appena da qualche famiglia cinese. Di solito molto giovani. Sono i tecnici che verificano le partenze del greggio verso la Cina che a Chàvez prestò moltissimi soldi, tutti già spesi, in cambio di oro nero fino al 2025. Nella hall, Pedro, uno degli impiegati più anziani ha l’aria sconsolata: “Quanto potremo andare avanti così?”, si chiede mentre osserva i ragazzi che hanno eretto piccole barricate per bloccare il traffico lungo la strada. “Presto aggiunge i proprietari dell’albergo ci manderanno tutti al mare”. Infatti, quanto si potrà andare avanti senza una svolta? Angelo è italiano. Oggi ha quasi sessant’anni ma emigrò in Venezuela che era adolescente, più di quarant’anni fa, da un paesino dell’Abbruzzo. Uno dei tanti artigiani che hanno fatto un po’ di fortuna. È proprietario di una vetreria con otto operai. E non si dà pace perché da mesi ogni giorno rischia di dover chiudere per fallimento. La società che importa lamina di vetro da lavorare in Venezuela è stata nazionalizzata qualche anno fa. Ma da tempo non riceve dollari a prezzo privilegiato del cambio ufficiale e Angelo è senza materia prima. “Anche l’avessi dice -non sarebbe diverso. Chi ha bisogno di specchi per rinnovare un negozio? Un ristorante? Un bar? In questa situazione nessuno”. Negli ultimi cinque anni, sono cifre ufficiali della Camera di commercio, sono fallite mezzo milione di piccole e medie imprese. Erano 750mila, sono 250mila. Più in generale nel corso del 2016 sono andati perduti 750mila posti di lavoro, dei quali 550mila nel terziario e nei servizi. Gli ultimi sono i 3mila operai della fabbrica Chrysler di Valenzia che ha chiuso una settimana fa. Gli italiani con passaporto in Venezuela sono circa 150mila ma gli oriundi sono quasi due milioni. Angelo potrebbe tornare in Italia ma non vuole e non può farlo. “Non mi piace l’inverno”, scherza, “Ma la verità è che dopo più di quarant’anni tornerei senza un soldo, senza un futuro. Sono carcerato qui come tanti altri. Vendere l’attività è impossibile, come vendere la casa che ho comprato. Che torno a fare in Italia?”. Anche senza pensione, verrebbe da aggiungere, perché in violazione dell’accordo bilaterale, Caracas da diciotti mesi non sta inviando la pensione agli italiani circa un migliaio che ne avrebbero diritto per avere versato i contributi in Venezuela.
I venezuelani che hanno lasciato il loro Paese in questo ventennio sono più di due milioni. Darío, 23 anni, lo sta per fare. È insegnante di lingue e la società per cui lavora ha ottenuto un contratto per insegnare inglese a Panama. Chiudono gli uffici a Caracas e se ne vanno. Darío con loro. “Finalmente esco da quest’incubo, sono felice”. Prima, fino a ieri, Darío andava alle marce dell’opposizione. Uno di quei ragazzi che vanno in piazza con un casco in testa, uno scudo e un fazzoletto bagnato nell’aceto per non respirare i gas dei lacrimogeni. La forza d’urto dell’opposizione. Darío non è d’accordo con la via pacifica. Pensa che bisognerebbe scontrarsi con la Guardia Nazionale, sfondare i cordoni e raggiungere l’obiettivo previsto: la sede del Cne, il comitato elettorale nazionale. “Oggi la repressione è molto più dura del 2014 quando all’inizio della carestia ci fu la stagione delle proteste studentesche ma noi siamo anche molti di più e molto più determinati. Con queste manifestazioni non andiamo da nessuna parte”. Il dibattito sulla violenza è acceso nell’opposizione. La maggior parte dei leader sostiene la via gandhiana e teme che reagire finisca per fare il gioco del governo che, soprattutto all’estero, cerca di accreditare l’idea che i manifestanti siano dei “terroristi”. La guerra mediatica si gioca anche sulle vittime. Ma il vero pericolo per chi marcia non sono i lacrimogeni, gli arresti e le torture di cui parlano tutti quanto piuttosto i “colectivos”, le milizie paramilitari pro governo, che spesso hanno attaccato i cortei di protesta sparando. I “colectivos” nacquero come strumenti di controllo nei barrios più poveri all’inizio della rivoluzione. Un po’ sull’idea dei Cdr cubani. Li fondò Lina Ron, una pasionaria di Chávez. All’inizio gestivano nei barrios la fedeltà al progetto. Con il tempo si sono trasformati. Alcuni si limitano a organizzare le file nei negozi per la spesa, mentre altri sono quelli che sequestrano e trafficano con la droga. Ad un amico di Darío è successo. “Era il dottore in una farmacia. Una sera tardi l’hanno sequestrato e portato sui cerros. Dopo avergli rubato tutto, l’hanno abbandonato nudo sull’autostrada alle tre di notte. I “colectivos” agiscono nell’impunità più assoluta. Un giorno Chávez promulgò una legge secondo la quale le zone più popolari, i barrios, sono “aree di pace” dove la polizia non ha alcuna giurisdizione. Non possono nemmeno entrare. Questo permette ai “colectivos” di fare quello che vogliono. Ti rapiscono, ti portano in un barrios e nessuno gli dice niente”. “Maduro dice ancora Darío ha perso l’appoggio dei più poveri che avrebbe dovuto difendere. Nelle baraccopoli i “colectivos” minacciano tutti, altrimenti la gente si sarebbe già ribellata”. Prima di lasciare il Paese, Darío sta vendendo i suoi oggetti più pregiati. Due skateboard, la chitarra e la playstation, tutti regali che gli hanno fatto i suoi genitori anni fa. “Non ce la faccio più a vivere qui”. “La mattina esco di casa è vedo persone che cercano nella spazzatura, vado alla metropolitana e vedo persone che rovistano nei cassonetti. Per fortuna lavoro e non soffro la fame ma con quello che guadagno non posso neanche comprarmi un paio di pantaloni nuovi. Ho solo un paio di scarpe bucate che mi hanno regalato. Come è possibile tutto questo nel Paese che ha le maggiori riserve di petrolio al mondo?” Tornerai se cade Maduro? “Penso di sì”.
“Quando mio figlio l’altra sera a cena mi ha detto: ‘Papà voglio scendere in piazza a protestare’, mi si è fermato il cuore. Pensare che un ragazzo di 18 anni, mio figlio, con ancora tutta la vita davanti possa morire, o essere arrestato, per questa situazione assurda che viviamo mi getta veramente nel panico”. Iñigo Carril a Caracas è ancora un privilegiato. È ginecologo nella clinica privata “El Avila”. Sua moglie Carolina è dentista. Avrebbe dovuto riceverci anche lei ma è a letto con l’epatite, forse provocata proprio dalle condizioni igeniche del Paese. Hanno tre figli, un maschio e due gemelle di sedici anni. Il progetto era che i tre ragazzi andassero tutti a studiare in una università negli Stati Uniti appena finito il Liceo. Legge o medicina. Ma adesso non possono più permetterselo. Il maschio andrà in Spagna, che costa meno. Questa ennesima crisi politica, dopo che il Tribunale supremo ha provato ad abrogare il Parlamento tutto in mano all’opposizione, li ha colti di sorpresa. “A dicembre del 2015 pensavamo davvero di avercela fatta. Dopo anni tutti quei voti all’opposizione, il 56,2%, e 112 deputati, la maggioranza assoluta”. Per molti furono giorni felici. Pensavano che la rivoluzione bolivariana fosse al capolinea. Che Maduro, eletto due anni prima con appena 200mila voti di vantaggio, ormai fosse prossimo alla caduta. Invece il peggio doveva ancora arrivare. Il presidente si è arroccato, ha rinviato prima le nuove elezioni amministrative, poi quelle per i governatori degli Stati. E, con qualche astuzia, grazie al fatto che il Psuv, il partito socialista unito fondato da Chávez, ha il controllo maggioritario di tutte le istituzioni dello Stato tranne l’Assemblea nazionale è riuscito anche a evitare il referendum per il quale erano state raccolte più di due milioni di firme e che avrebbe potuto costringere il presidente alle dimissioni. Per un medico professionista come Iñigo, che in fondo con la politica ha un approccio superficiale, gli scenari peggiori sono arrivati tutti insieme. Il suo lavoro e quello di sua moglie sono diventati sempre più difficili. E non solo perché è quasi inutile prescrivere una medicina, tanto non si trovano. Non si possono neppure comprare nuovi strumenti, stare al passo con le novità tecnologiche, i nuovi macchinari, fare esami. Una generazione di medici che rischia di tornare indietro di vari decenni. “Così non solo dice -oggi in Venezuela non puoi comprare una casa, cambiare una macchina, andare in vacanza, non puoi neppure aggiornarti né lavorare con un minimo di soddisfazione. Viviamo in un territorio senza regole, un nuovo Far West”. “Qui aggiunge non solo è morta la chirurgia plastica. È impossibile anche applicare cure sulla fertilità, o fare gli esami clinici minimi e consueti a una paziente. Tutte le grandi compagnie farmaceutiche internazionali hanno abbandonato il Paese da tempo. E noi sopravviviamo grazie a qualche “angelo viaggiatore”, li chiamiamo proprio così, che porta prodotti medici dall’estero. Spesso a prezzi proibitivi e senza alcun controllo sanitario reale”.
“Questo mese racconta Luis per punizione non hanno portato le buste del cibo, i Clap, a tutto il condominio. È successo che una sera abbiamo partecipato a un cacerolazo, sbattendo pentole e padelle dalle finestre per una mezz’ora contro l’aumento dei prezzi e non solo. Qualcuno deve aver preso nota degli edifici che aderivano alla protesta e i soldati con i viveri qui davanti non si sono fermati. Cinquanta metri prima e cinquanta metri dopo sì, ma qui da noi no. Siamo andati a chiedere e ci hanno detto che era solo per questa volta, se ci comportiamo bene il mese prossimo ce li riportano”. Luis ha 43 anni, moglie e due figlie adolescenti. Come sua moglie ha sempre votato per Chávez “perché ha dato una dignità ai poveri”. Alle ultime presidenziali, quelle dell’aprile 2014, convocate appena un mese dopo la morte del caudillo rivoluzionario, ha votato per Maduro. “Perché era stato scelto da Chávez come suo erede”. Oggi, mentre il Venezuela sembra avviarsi verso la dittatura di una minoranza che si rifiuta di cedere il potere, Luis non è solo deluso, è anche arrabbiato. Non tanto da andare alle manifestazioni, ma abbastanza da giurare di non votare mai più “per la rivoluzione”. Anche lui sognava di mandare una delle due figlie a studiare all’estero. Ma adesso con la moneta nazionale in picchiata “con quali soldi posso farlo?”. Cresciuto in una famiglia molto povera ha sempre fatto lavori saltuari, legali ma esentasse. Finché non s’è inventato un sistema che gli ha dato un po’ di dollari. Compra oggetti di uso quotidiano e va a rivenderli all’Avana, Cuba. “In realtà confessa non ho inventato niente mi hanno raccontato che qualcuno lo faceva e ho provato”. La parte più difficile dell’operazione è la frontiera all’aeroporto di Caracas, dove bisogna dare qualche soldo all’agente. Invece all’Avana chiudono un occhio sulle due valigie pesanti che trascina. Grazie alle relazioni fraterne del governo bolivariano con quello castrista, il biglietto aereo costa poco, e alcuni oggetti come il fon che stira i capelli ricci e crespi delle mulatte cubane vanno a ruba nell’altra metà del socialismo caraibico. “Ma si vendono bene anche i leggins “Licras”, le scarpe, le calze, la cheratina che usano per allisciare i capelli e i deodoranti che però ormai qui a Caracas non trovo più. In una settimana posso guadagnarci 200 dollari che è molto di più di qualsiasi stipendio che prenderei qui”. Un altro lavoro saltuario di Luis è l’immigrante negli Usa. Da qui ci vanno con un visto turistico ma appena arrivano si mettono a lavorare. Di solito in Florida. L’ultima volta Luis piantava giardini nelle ricche ville di Miami. “Mi sono venuti i calli alle mani”. Tornando al Venezuela la sua preoccupazione è la dittatura. “Non voglio vivere dove c’è un tiranno”, dice.
La storia di Mercedes è la rappresentazione della lenta discesa all’inferno della classe media venezuelana nel ventennio chavista. “Per la verità, dice lei, la mia vita è davvero cambiata negli ultimi sei o sette anni. Io lavoro al Seniat, ministero delle Finanze, l’organismo che si occupa delle tasse e delle dogane. Oggi ho 46 anni ma quando ci sono entrata, vincendo un concorso, il Seniat era uno dei tanti gioielli dell’amministrazione dello Stato. Apparato tecnico con professionisti di alto livello, ben preparati e anche molto ben pagati. Adesso invece è tutto rovesciato. I professionisti che c’erano non ci sono più, sono stati tutti cacciati per ragioni politiche, perché si opponevano al governo o perché avevano firmato qualcosa che non andava bene. L’anno scorso ne hanno licenziati altri mille perché avevano sottoscritto la richiesta di referendum contro Maduro. Il Cne, Commissione nazionale elettorale, dovrebbe mantenere segreti i dati delle persone ma non lo fa. Io per fortuna non ho mai firmato niente contro il governo, la politica non mi interessa, ma sono crollata lo stesso nella miseria. In realtà aggiunge Mercedes per essere cacciati da un impiego pubblico in Venezuela basta anche meno di una firma. Se mettessi una foto di Capriles, uno dei leader oppositori, sul salvaschermo del mio telefonino sarei fritta. Quando inizia a lavorare nel Seniat il mio stipendio equivale a settemila dollari, oggi ne vale poco più di dieci. Avevo una colf a casa, ho dovuto licenziarla. Non ho i soldi per pagare il condominio e neppure l’assicurazione dell’auto. La polizza di assicurazione privata non ho potuto rinnovarla. Mangiare fuori? Quello che prima era qualcosa di abituale o quotidiano come andare in un bar a prendere un caffè con un pezzo di torta, che era la mia merenda di tutti i giorni, adesso è un lusso da evitare. Comprare vestiti, andare dal parrucchiere. Impossibile. Ma perfino comprare smalto per le unghie. Una situazione molto triste nella quale stanno anche molti altri miei colleghi. Quelli che hanno famiglia stanno vendendo tutto. Oggetti di antiquariato, quadri, qualsiasi cosa possano vendere. Qualcuno affitta stanze nella propria casa. Altri provano a fare altri lavoretti dopo l’orario d’ufficio. Spostano i figli in collegi scolastici che costano meno”. Mercedes ha un compagna che l’aiuta e due genitori molto anziani. Ha due lauree e parla tre lingue. Ma, a breve, il suo futuro è andare a lavorare come cameriera in un hipermercato Espar a Palma di Maiorca. “È l’unica soluzione che ho trovato grazie a degli amici. Devo andare perché così da li potrò spedire medicine e pacchi alimentari ai miei genitori. Non posso accettare che muoiano nella miseria”.
La rivoluzione bolivariana guidata da Chávez fino al 2013, e poi dai suoi eredi, è stata fin dall’inizio un fenomeno con caratteri totalitari. L’esempio più facile è la storia dei giornali e delle televisioni. Oggi a Caracas rimane solo un quotidiano non asservito al governo in carica ed è “El Nacional” ma il suo direttore Miguel Henrique Otero, figlio del fondatore, vive da tempo in esilio in Spagna per un ordine di cattura che il governo chavista ha emesso contro di lui. Tra le riviste indipendenti c’è “Tal Cual”, il newsmagazine fondato da Teodoro Petkoff, un politico, economista, ex guerrigliero, leader della sinistra non chavista, che oggi, a 85 anni, è completamente appartato dalla vita pubblica. La censura su stampa e tv non arrivò subito e in questi anni ha visto modalità diverse. Più acquisti di testate o televisioni da parte di neo industriali prossimi al potere, che vere e proprie chiusure. È andata così per un quotidiano, “Ultimas noticias”, comprato da una società legata al governo Maduro, e per “Globovision”, che un tempo era il canale più compromesso a favore dell’opposizione. Ma il primo caso e il più famoso fu quello di Rctv (Radio Caracas Television) costretta ad interrompere la programmazione perché Chávez non rinnovò, alla scadenza nel 2007, la concessione per trasmettere. Victor Amaya, 34 anni, un giovane giornalista che oggi lavora a “Tal Cual” e al “El Estimulo”, due giornali che funzionano praticamente solo online, è stato una delle tante vittime della censura quando “Ultimas Noticias” cambiò proprietà. “Iniziarono a prendere solo pubblicità governativa racconta poi a dare poca importanza a notizie scomode, infine a censurare gli articoli. Io lavoravo nella sezione arte e spettacoli e quando misi in pagina una intervista a Patricia Janot, una giornalista della Cnn in spagnolo critica con Maduro, decisero di toglierla poco prima che andasse in stampa”.
Tamara Herrera, 64 anni, è nata a Caracas perché sua madre, italiana, si innamorò di suo padre, venezuelano, al Festival della Gioventù di Berlino nel 1951. Oggi lavora come economista in una società di consulenza che confeziona report analizzando le variabili politiche e economiche del Paese. Anche la sua vita è cambiata moltissimo negli ultimi mesi. Dopo molti indugi ha deciso anche lei di occuparsi di una vecchia pratica che aveva abbandonato nei cassetti, mandare avanti la procedura per ottenere un passaporto europeo che qui è diventata una àncora di salvezza per molti. Non è detto che decideranno mai di utilizzarlo ma nell’incertezza rappresenta una chimera di sicurezze. Spesso è la prima cosa che ti dicono. “Mio nonno era spagnolo, ho fatto il passaporto.”. Oppure era italiano, oppure era francese. Ma a Tamara Herrera non piace parlare di sè, gli piacciono gli scenari. Dunque parliamo di scenari. “È un contesto molto difficile da sbloccare. Convocando elezioni per una nuova Assemblea costituente, una soluzione che l’opposizione giudica come un altro colpo di Stato già tentato un mese fa con l’inabilitazione, poi smentita, del Parlamento, Maduro ha fatto una mossa che può dargli un po’ di respiro nel suo scivolare verso l’autocrazia. Piuttosto aumenta il rischio di un default. Temo che la crisi política e le difficoltà che ci sono per ottenere nuovi prestiti potrebbero convincere il governo del fatto che ha meno da perdere non onorando le scadenze del debito estero piuttosto che facendolo. I militari sostengono il presidente ma senza scendere in campo. Fanno di tutto per dimostrare che non hanno compiti di sicurezza interna. Fino a quando non si sa”.
La sensazione molto diffusa che il regime barcolli anche per una vasta rete di corruzione che ha depredato risorse, e che sia disposto a blindarsi a qualsiasi costo pur di non pagarne penalmente le conseguenze, non è facile da verificare. Però un caso come quello dello scandalo Odebrecht, la multinazionale brasiliana che ha confessato di aver finanziato illegalmente campagne elettorali e presidenti di molti paesi sudamericani, è molto sospetto. In Venezuela non ha avuto ripercussioni nonostante i manager della multinazionale abbiano confessato di aver pagato a Caracas tangenti per 98 milioni di dollari. Chi li ha ricevuti? Qui nessuno indaga. Come nessuno indaga sulla vicenda dei due nipoti di Maduro e sua moglie, Cilia Flores, arrestati dalla Dea a Haiti con un aereo Fokker pieno di panetti di cocaina e ora sotto processo a New York. Mentre declina come una stella morta che appartiene al passato, il fallito socialismo bolivariano trascina con sè le sorti del Paese che gli diede il battesimo alla fine del 1998. Ma nonostante l’isolamento internazionale esclusi Cuba, Russia, Iran e Cina di Maduro una svolta potrebbe non essere così prossima. È quello che abbiamo letto negli sguardi e nelle parole di tutti quelli che abbiamo incontrato. Tra lo stupore e lo sgomento. Perché non se ne va dopo il disastro che ha combinato? Il più grande nemico di Maduro oggi è un socialista uruguayano, ex ministro degli Esteri nel governo di Pepe Mujica, che oggi guida l’Osa, l’organizzazione degli Stati americani, dalla quale il Venezuela è appena uscito. È Luis Almagro che segue con una perseveranza certosina tutto quello che accade a Caracas e non perde occasione per richiamare Maduro al rispetto delle regole democratiche condivise in tutto il Continente. Ma intanto qui molto lentamente si affonda in un incubo totalitario che sembra non aver fine.