ItaliaOggi, 5 maggio 2017
In otto anni via metà degli iscritti
Dopo le primarie è arrivata, immancabile, la discussione sul quantum. C’è chi canta vittoria per avere portato al voto 1,8 milioni di elettori e chi sminuisce il risultato rammentando i numeri ben maggiori delle passate consultazioni. Tempo sprecato? Forse, anche perché, come spesso succede, un po’ di ragione l’hanno entrambe le parti. Come non dare atto dello sforzo organizzativo e partecipativo del Partito democratico, non paragonabile a qualche sondaggio in rete o a chi non ha mai tenuto congressi? Ma come non registrare pure l’erosione del numero dei partecipanti, indice dell’affievolimento dell’entusiasmo e della fiducia nel partito?
In fondo queste primarie registrano una grossa contraddizione. Da una parte Matteo Renzi è stato il teorizzatore del partito liquido, poco strutturato (e quindi meno costoso) con poche sezioni, scarne discussioni (è stata chiusa perfino la storica sede romana dei Giubbonari, scarsamente fedele al leader) ma col compito di mobilitarsi nelle grandi occasioni elettorali, dall’altro la sconfitta alle elezioni romane, la débâcle del referendum e la minore partecipazione a queste primarie svelano la debolezza di un partito (quasi) liquido, non organizzato sul territorio.
Che farà Renzi dopo la plebiscitaria investitura a segretario? Deciderà di occuparsi della riorganizzazione del partito o sarà troppo impegnato nella volata per Palazzo Chigi? Ma per arrivare al governo occorrono i voti e per prendere i voti occorre un partito. Perfino Silvio Berlusconi se ne rese conto e all’apice del successo investì non poche risorse nella costruzione di una rete capillare di sezioni.
Il malanno del Pd non sono mezzo milione in più o in meno di votanti alle primarie ma la decimazione degli iscritti. Si è cercato di mettere qualche toppa, dal rinnovo quasi d’ufficio delle vecchie tessere al tesseramento degli extracomunitari ma il dato è allarmante e sarebbe infausto per Renzi sottovalutarlo.
Il dato inconfutabile perché ufficiale e che monitorizza questo dramma delle iscrizioni è quello di Bologna, che un tempo ospitava gli inviati dei giornali internazionali perché era la città più rossa d’Italia (e ovviamente di tutta l’Europa dell’Ovest). Nel 1989 il Pci aveva a Bologna 96.315 iscritti. Dieci anni dopo (1999) gli iscritti (Democratici di sinistra) si erano dimezzati: 48.046. Altri dieci anni (2009) e ancora bisogna (Pd) dividere per due: 27.450. Nel 2016 gli iscritti sono stati 13.700. Quindi dal 1989 ad oggi il partito ha perso 80 mila iscritti in una città di 388 mila abitanti. Una tabula rasa che però non ha mai fatto passare notti insonni ai dirigenti, più preoccupati delle dispute interne tra correnti che dell’analisi di un fenomeno così clamoroso.
Il dato di Bologna è eclatante ma tutt’altro che isolato. Nella regione-simbolo del Pd, l’ Emilia-Romagna, i tesserati sono passati dai 76 mila del 2013 ai 37 mila del 2016. Se si trattasse di un’azienda, l’amministratore delegato sarebbe già stato mandato a casa.
Ci sono molti modi per consolarsi. Il segretario regionale emiliano, Paolo Calvano, dice: «Il M5S ha circa 80 mila iscritti in tutta Italia, noi solo in Emilia-Romagna abbiamo la metà dei loro militanti».
Non va meglio a Torino, feudo di Piero Fassino che aveva promesso la rivincita dopo il tracollo alle comunali provocato da Chiara Appendino. Il preannunciato rilancio appare ben poca cosa: in un paio d’anni in provincia vi è stato un calo da 7.800 a 4.900 tesserati e, in città, da 2.400 iscritti a circa 1.000. Nel 2009 le tessere, in provincia, erano 12 mila.
A Padova i tesserati sono diminuiti del 27% in cinque anni. Si giustifica il vicesegretario locale, Nereo Tiso: «Sono in calo le tessere di qualunque organizzazione, anche non politica. Pesa la disaffezione generale, in qualche caso la poca simpatia per l’ex-presidente del consiglio, ma non solo».
A Bergamo il calo degli iscritti è del 9%, mentre a Genova (12 mila iscritti nel 2009, 2.700 oggi), Mario Margini, ex-vice sindaco della città e memoria storica del partito dice: «Quando cominciai a fare politica negli anni 60 ricordo che il Pci qui aveva 35 mila iscritti. C’erano due sezioni di fabbrica, all’Italsider e all’Ansaldo, che avevano mille iscritti ciascuna. Le sezioni erano un canale di comunicazione, un modo di stare assieme, di discutere, di costruire relazioni. Il fatto è che non si possono isolare i partiti dalla società. E soprattutto non abbiamo più un referente sociale, che prima invece era chiaro: la classe lavoratrice e i poveri. Oggi c’è un generico richiamo alla modernizzazione che, mettendo insieme tutto, genera il nulla».
Gli fa eco Matteo Morando, segretario Pd di Novi Ligure: «Più che le recenti vicende della scissione non hanno giovato i ritardi dei vertici nazionali nel lanciare le campagne di tesseramento e gli errori strategici (commessi ai vari livelli) che ci hanno allontanato sia dagli iscritti «vecchi» sia da quelli «potenziali»».
A compensare, solo in parte, questi buchi neri sono la Puglia (+25%) e la Sicilia (+10%). Dove (ma non solo) i tesseramenti sembrano presentare alcune anomalie. Qualche esempio: il Pd di Bisceglie, dopo i casi di tesseramento anomalo, è stato commissariato. C’è puzza di bruciato anche a Pomigliano, dove si è passati dagli 80 iscritti del 2013 ai 1.300 di oggi. Aumenti anomali pure ad Acquaviva (da 100 a 700). Ma soprattutto a Viterbo, dove in un solo giorno sono state fatte 170 tessere.
Fin qui le vicissitudini locali. E il quadro nazionale? Nel 2009 il Pd dichiarava 831.042 iscritti, nel 2013 erano calati a 539.354, oggi risultano essere 449.852. In otto anni una rasoiata di quasi la metà. Ma per Matteo Renzi non ci sono problemi: «Gli iscritti al Pd», dice, «sono comunque gli iscritti del più grande partito europeo».