ItaliaOggi, 4 maggio 2017
Fare business con i curricula
Il laureando firma uno dei tanti fogli che la segreteria dell’università gli propina. Riguarda il consenso all’utilizzo dei suoi dati personali. Niente di male. Quante volte ognuno di noi, voltando le spalle alla privacy, deve accettare che dei propri dati possano essere incasellati e gestiti? Ma nel caso dello studente e del laureando cosa succede? L’università acquisisce il diritto di utilizzare il curriculum e quindi lo trasmette a un proprio ufficio, più spesso a un consorzio o a una società privatistica, che lo inserisce in un pacchetto che viene venduto all’impresa interessata ad assumere. Se l’impresa non paga, niente curriculua. Alla faccia del ruolo di intermediazione tra domanda e offerta di lavoro che anche gli atenei (che assorbono rilevanti fondi pubblici) sarebbero tenuti a svolgere.
La denuncia arriva da uno dei massimi esperti di politiche del lavoro, Michele Tiraboschi, docente al dipartimento di economia dell’università di Modena-Reggio Emilia e, a suo tempo, braccio destro del giuslavorista Marco Biagi, ucciso nel 2002 dalle Brigate Rosse. «Registriamo da anni – afferma Tiraboschi – l’attenzione e un formale impegno della politica verso le prospettive occupazionali dei nostri giovani. Negli anni della grande crisi non è passata riforma, dalla legge Fornero sulle pensioni al Jobs Act, che non fosse adottata in nome dei giovani e del loro futuro. La verità, purtroppo, è che i nostri decisori politici pare proprio non conoscano le dinamiche reali dell’incontro tra la domanda e l’offerta di lavoro. Emblematico è il nodo, oramai storico nel nostro Paese, della libera e trasparente circolazione dei curricula degli studenti (universitari e non solo). Difficile infatti immaginare l’operatività di qualsivoglia misura economica o normativa di sostegno all’occupazione giovanile se poi i curricula degli studenti vengono sistematicamente occultati per alimentare, più o meno inconsapevolmente, rendite di posizioni lucrative sulla loro cessione alle imprese e ai potenziali datori di lavoro».
Un duro j’accuse, con cui Tiraboschi tira in causa innanzi tutto il ministro deputato alla materia, Giuliano Poletti. Com’è possibile che egli faccia finta di niente di fronte al fatto che «le università italiane abilitate open legis ai servizi per l’incontro tra la domanda e l’offerta di lavoro – dice Tiraboschi – non adempiano al precetto di legge di rendere pubblici e gratuiti i curricula di studenti e neo-laureati e poi offrano interi pacchetti di questi stessi curricula a pagamento alle imprese che ne fanno richiesta?».
Ovvero l’università potrebbe anche elaborare i curricula effettuando una specie di pre-selezione (sulla base di determinati paragrafi: tipo e voto di laurea, conoscenza delle lingue, stage all’estero, ecc.) e offrire alle imprese questo pre-lavorato in cambio di un compenso.
Ma parallelamente dovrebbe fornire gratuitamente i curricula di tutti i laureandi e neolaureati, a seconda delle discipline, a quelle imprese che chiedono un materiale grezzo e non vogliono sobbarcarsi a un costo. Invece oggi gli atenei non forniscono alle associazioni di categoria né alle singole imprese l’identikit del giovane. O si paga o si rimane a bocca asciutta. E, per esempio, un piccolo artigiano, ma anche uno studio di liberi professionisti, che intendono effettuare un’assunzione faticano a sborsare soldi per ottenere una rosa di curricula su cui operare la scelta. Così rinunciano e si affidano al passaparola o alla raccomandazione, con tanti saluti al merito conseguito sui libri.
Non è una faccenda di poco conto in una situazione a grande tasso di disoccupazione e con un mercato del lavoro che fatica a fare convergere le competenze con le esigenze dell’impresa.
Inoltre, come spesso succede, ci si mette di mezzo anche la burocrazia, col risultato di norme contraddittorie e rimpallo di responsabilità tra ministero, autorithy, atenei. Spiega Tiraboschi: «La legislazione italiana dal 2003 prevede l’obbligo per le università (e anche per le scuole superiori, ma questo è un discorso più complicato) di pubblicare gratuitamente sul proprio sito istituzionale i curricula di studenti e neo-laureati. Nessuno finora lo ha fatto, senza che gli ispettori del ministero se ne occupassero. Addirittura il 12 aprile scorso, dopo 14 anni, l’Anpal (Agenzia nazionale politiche attive del lavoro) ha diramato una circolare con la quale sostiene che per la privacy dello studente i curricula non possono essere resi pubblici, disattendendo non solo la legge ma anche una circolare esplicativa del 2011 dei ministeri dell’Istruzione e del Lavoro che al contrario consentiva la loro ’raccolta e diffusione, necessaria per l’esercizio delle attività di intermediazione, previste dalla legge’».
Insomma, è quasi il caos. Sulla pelle dei giovani che cercano lavoro. Con le università che finora fanno un po’ di business, e basta. Tanto che il presidente della commissione Lavoro del Senato, Maurizio Sacconi, ha presentato l’altroieri un’interrogazione parlamentare indirizzata a Poletti per conoscere «quali iniziative si intendano intraprendere, al fine di garantire adeguata e gratuita trasparenza alla pubblicazione dei curricula degli studenti universitari e dei neolaureati per facilitarne l’accesso a percorsi di integrazione tra apprendimento teorico ed esperienza pratica, nonché di primo impiego».
Tiraboschi è anche coordinatore del comitato scientifico di Adapt ( associazione no profit che si occupa di relazioni industriali, fondata da Marco Biagi) che da tempo sollecita le università italiane a curare le relazioni tra studenti e imprese in modo trasparente ed efficace per consentire un passo avanti al disarticolato mercato del lavoro e quindi dare un contributo all’occupazione. «In questo modo – conclude Tiraboschi – svanirebbe il sospetto che si alimenti la costruzione di rendite parassitarie di tipo monopolistico basate su preziose banche dati dove costringere le imprese (ma anche le agenzie del lavoro) ad attingere a caro prezzo per poter entrare in possesso dei curricula degli studenti».
Con l’occupazione giovanile al 34,1% non c’è proprio da scherzare.