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 2017  aprile 30 Domenica calendario

Manila, 35 giorni, 57 omicidi

«Senti la scena del crimine prima ancora di vederla. Le grida di una donna appena diventata vedova. Le sirene delle macchine della polizia che si avvicinano. Il tonfo della pioggia che colpisce, come fosse un tamburo, i vicoli lastricati di Manila. E la schiena di Romeo Torres Fontanilla detto Tigas, che all’una di notte giaceva a terra a faccia in giù. Aveva 37 anni. Colpito a morte, dicevano i testimoni, da due sconosciuti su una moto. L’acquazzone trascinava il suo sangue nel canale di scolo». James Ellroy? No. L’autore è Daniel Berehulak, premio Pulitzer anche quest’anno (il primo lo vinse nel 2015) per il reportage fotografico sull’eccezionale ondata di omicidi perpetrati dalla polizia e dai vigilantes su sollecitazione del presidente filippino Rodrigo Duterte: settemila accertati dal 30 giugno 2016, giorno della sua elezione. «Feci io la proposta al “New York Times”. Lì per lì venne accantonata perché mi volevano in Siria. Ma giunto al confine qualcosa andò storto e mi negarono il visto. Così al giornale rispolverarono la mia idea. Era autunno e tutti gli inviati erano occupati con le elezioni americane».
Inizia per il reporter una discesa nell’Ade: 35 giorni, 57 omicidi, 41 scene del crimine. Racconta tutta la storia a «la Lettura» in un caffè lungo un canale di Amsterdam dove si trova per ritirare – è la quinta volta – un premio World Press Photo. «Con altri colleghi mi appostavo alle 8 di sera alla centrale di polizia. Quando le volanti partivano alla caccia di un presunto trafficante cercavano di depistarci. A poco a poco imparavo come intuire i loro inganni, come intercettare le loro radio. Ma imparavo anche che la scena del crimine era solo l’inizio della storia e che spesso era truccata: mettevano nelle tasche del cadavere dell’anfetamina e persino un fucile ben piazzato tra le mani. Allora ho cominciato a intervistare i testimoni, a entrare in confidenza con le famiglie di chi non c’era più per verificare la versione ufficiale e smascherare molte operazioni archiviate dalle autorità come legittime. D’altra parte il presidente filippino, autore orgoglioso di tre omicidi, con la sua retorica violenta aveva dato l’esempio alle forze dell’ordine: “Se lo posso fare io, potete anche voi”. E con l’occasione aveva espressamente citato Hitler, parafrasandolo a modo suo: “Anch’io ripulirò il mio Paese da tre milioni di drogati”».
Solido e pacato, 42 anni, una laurea in Storia, australiano per uno scherzo del destino (è figlio di rifugiati ucraini che durante la Seconda guerra mondiale avevano respirato i miasmi dei campi tedeschi), Berehulak dopo aver lasciato la fattoria dei genitori a un’ora da Sydney ha vissuto un anno a Barcellona, quattro a Londra («troppo», dice lui), sei a New Delhi, uno in Messico dove risiede tutt’oggi. La sua fidanzata, una giornalista, vive a New York; il resto della famiglia si trova in Australia. «Papà ci ha lasciati prima di vedere i risultati del mio impegno. Però nel 2006 l’ho accompagnato nel suo villaggio natale a rivedere la sua casa e i suoi amici. È stato davvero emozionante, il legame in 60 anni non si era spezzato. Io parlo ucraino perché dal lunedì al venerdì frequentavo la scuola australiana e il sabato quella ucraina. Lì ho imparato la lingua, le danze e a essere un boyscout».
Tra gli oltre 50 Paesi che ha visitato per professione ci sono la Liberia e la Sierra Leone, dove nel 2014 ha trascorso 103 giorni per documentare le dimensioni e le implicazioni dell’epidemia di Ebola. «Anche quella volta avrei dovuto essere altrove, in Corea del Nord. Per un intralcio finii in Sierra Leone dove pensavo di rimanere al massimo dieci giorni». Sono pochi i fotografi disposti ad affrontare i pericoli del contagio e lo strazio seminato dal virus. Berehulak cerca di prendere tutte le precauzioni: 300 paia di guanti, 30 tute integrali, 200 maschere, spray disinfettanti, cloro... cambia le abitudini, impara nuovi comportamenti, per esempio a non stare mai sotto vento perché può veicolare saliva infetta. Le sue fotografie sono sbalorditive e vince il suo primo Pulitzer. Indimenticabile lo scatto di James Dorbor, il bambino di otto anni strappato ai suoi cari da alieni avvolti in tute gialle: quando l’ora si avvicina il virus è più aggressivo e la tempestività spietata del personale medico salva altre vite.
Come si fa a sopravvivere a tanto stress e sofferenza? «La sera in Africa mi affidavo a quattro o cinque drink per rilassarmi un po’ e assopirmi qualche ora. Quelle situazioni mi inseguono dappertutto. Come pure l’immagine di Jimji, la bambina di sei anni di Manila che urla papà, papà davanti alla bara del padre assassinato. Per finire così da quelle parti non è necessario essere colpevole. A volte mi mancava il fiato. Lo stratagemma dell’alcol però non poteva funzionare nelle Filippine: lì ho vissuto nel puro delirio. Mi capitava di lavorare 36 ore di fila, oppure dormivo in auto per dieci minuti tra un allarme e il successivo».
Berehulak usa spesso la prima persona plurale, grato a chi l’ha aiutato a condurre la sua indagine con la profondità che esige la sua disciplina: «I miei colleghi filippini, le famiglie colpite dal lutto, il mio autista che ha dormito meno di me. Sai, per molti anni facendo questo lavoro mi sono sentito inadeguato, mi consideravo una frode. Poi ho capito la rilevanza che poteva avere il mio operato. Non perdo più tempo con i social: studio, leggo, confronto le fonti... L’informazione a cui ci hanno abituati richiede poca attenzione ed è poco credibile: il taglia e cuci che internet ci mette a disposizione rende plausibile ogni tesi. Ho già messo a fuoco il prossimo progetto: risalire alle origini delle numerose sparizioni in Messico, dove torno fra due giorni».
Continua il viaggio nelle tenebre di Daniel Berehulak. Un percorso impervio, dettato dal rigore e dal talento. All’inseguimento della vertigine. In ossequio al suo demone. A un soffio dalla follia.