Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2017  aprile 30 Domenica calendario

Non bisogna aver paura di cambiare una nota a Mozart. Intervista a Stefano Bollani

Difficile spiegare che cosa si nasconde sotto i tasti del pianoforte di Stefano Bollani. Un mondo che per certi versi potrebbe uscire da un film di Tim Burton. Colori, suoni, forme. Non conta il genere, basta sperimentare. La prossima tappa del suo viaggio musicale è il 25 maggio all’Opera di Firenze con l’orchestra del Maggio Fiorentino. Il Concerto Azzurro è nato dal suo incontro con Kristjan Järvi. Lo spettacolo, che poi sarà a Roma e a Lipsia, ha una sola regola: che non ci sono regole.
Bollani, si conferma un disobbediente musicale...
«Vogliono il pianista obbligato a stare dentro una partitura immutabile. Invece si deve improvvisare, senza aver paura di cambiare una nota a Mozart».
Il suo eclettismo può risultare antipatico.
«Il confine di chi mette dogane all’arte non mi interessa. Più la cultura ufficiale fa così più i giovani sentiranno il bisogno di superarle. Le leggi stancano: l’arte non è un libro da ripetere a memoria. Prevedo grosse rivoluzioni nel mondo della musica».
Lei è quasi una rockstar, amata dal Sud America all’Asia. Come si costruisce un successo all’estero?
«Rispetto ai cantanti che hanno il problema della lingua, ho il vantaggio che la musica è più agilmente traducibile: il mio è un lavoro costruito porta a porta. In alcuni Paesi ho fatto tanto e in altri nulla. Tutto si costruisce di concerto in concerto senza una logica apparente».
Come cambia il pubblico che si trova davanti?
«C’è quello da teatro classico, quello da festival jazz, quello da club. Il luogo impone vestiti che la gente indossa ovunque volentieri. Io mi diverto a infrangere le loro regole. Cerco di far battere i piedi alla platea più classica. O di far ascoltare in silenzio quella rockettara».
Non deve essere sempre facile...
«Il mio segreto è comportarmi sul palco come nel backstage. Vestirmi per il concerto come nel pomeriggio. Non facendo inchini autorizzo gli altri a fare lo stesso».
Chi è bravo ad abbattere queste barriere di stile?
«Frank Zappa, il mio maestro. Ma anche Vinicio Capossela, che riesce a essere popolare a teatro facendo ballare la gente. O Elio, capace di arricchire sempre l’ambiente di chi lo ascolta».
Seguendo questa logica lei è riuscito ad avere successo anche in tv. Il suo programma è andato bene...
«Mi sono divertito a portare la musica su Raiuno, sul luogo del delitto. Il pubblico che si aspettava Bruno Vespa si è ritrovato musicisti che giocavano fra di loro. Il mio sogno è una promozione in prima serata».
Si dice che la musica in tv ammazzi gli ascolti...
«Quella che va oggi in televisione è un’altra cosa. I talent raccontano come nasce una popstar, come sta sul palco... La musica è un’altra cosa. Molti pensano che sia una cosa da esperti. Ma sbagliano».
Qual è la sua ricetta per renderla di tutti?
«Io mi racconto come un bimbo nella stanza dei giochi. Non sono un professionista che legge testi scritti da altri. Metto entusiasmo e sincerità in ogni parola. Troppi in tv parlano di cose per cui non hanno interesse».
Chi è sincero?
«Fiorello, ma anche Crozza. Dobbiamo mandare in onda le cose che ci piacciono senza lasciarle al tempo libero, come fossimo schiavi nel resto della giornata».
C’è una cosa che le manca nella vita?
«Direi di no, forse non ho sogni abbastanza articolati. Però un mondo che vorrei esplorare c’è».
Quale?
«Ogni tanto penso a come sarebbe fare un film da regista. Una cosa senza genere, con un copione che va in mille direzioni, come fosse la vita vera. Una volta si chiamava grottesco».
Le piacciono i musical?
«Solo quelli convinti. Per fare un esempio, La La Land non mi è piaciuto: sembra uno che vuole fare il salto in lungo ma poi sul più bello frena. Mi sembra che il regista e il cast abbiano avuto un certo pudore, un imbarazzo di fondo: il timore di misurarsi con la storia del musical americano».
C’è un momento in cui la sua carriera è svoltata?
«Nel 1997, quando dissi no a Jovanotti. Niente di personale. Dovevo partire per un tour mondiale con lui. Enrico Rava mi fece capire che avrei perso il treno delle cose che mi avrebbero fatto conoscere davvero come musicista. Da quella volta, non ho mai fatto niente che non mi andava di fare».
Era un ragazzino di 25 anni...
«Suonavo anche ai matrimoni ma mi divertivo. Quella è la chiave di tutto. Oggi quando i giovani mi chiedono un consiglio, dico di non pensare solo a come avere successo».
Molti si buttano nella rete...
«YouTube è comodo: ma conta di più darsi un obiettivo e divertirsi per raggiungerlo. Suonare deve essere più divertente che ubriacarsi con gli amici».
È ancora appassionato di alieni?
«Mi affascina il dibattito tra me e l’ignoto. Il concetto di diverso che ci definisce e che è motore di comprensione. Il confronto con il diverso è sempre stimolante e porta a conoscenza del mondo. Credo dunque che sia interessante immaginare in quale modo altre forme di esistenza abbiano organizzato il proprio mondo e quale sia il loro punto di vista».